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SPETTACOLO

Un documentario racconta l'amore impossibile tra un poeta palestinese e una donna ebrea

"Write down I am an arab" il nuovo documentario della regista Ibtisam Maraana racconta la storia di un amore segreto attraverso le lettere dei due amanti 

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Roma “Io non rappresento nessuno. Rappresento a mala pena me stesso” diceva così Mahmoud Darwish, uno dei più famosi poeti contemporanei palestinesi. Eppure la sua storia e il periodo in cui l’ha vissuta lo hanno inevitabilmente trasformato in un simbolo, nella lotta di un popolo alla ricerca della propria identità. Darwish è stato redattore della  Dichiarazione d'Indipendenza dello Stato Palestinese nel 1988 ed ha vissuto per lunga parte della propria vita in esilio, ricevendo alla sua morte funerali di stato da parte dell'Autorità Territoriale Palesitinese. Ma se è vero che le icone sono pure e intoccabili e non si compromettono con il nemico è altrettanto vero che l’amore è cieco e non riconosce da che parte della barricata sia la persona amata.

Partendo da questo assunto, il nuovo documentario “Write down I am an Arab” (letteralmente, “Scrivete pure che sono arabo”) racconta la storia d’amore tra il poeta dell’indipendenza palestinese e una giovane donna ebrea israeliana, Tamar Ben-Ami. Basandosi sulle lettere d’amore che i due si scambiavano, il documentario ricostruisce il delicato equilibrio tra sentimenti e appartenenza, tra affetti e cultura. All’epoca Darwish aveva appena scritto la poesia che da nome al film e che, rivendicando l’identità e la difficile condizione degli arabi palestinesi, lo avrebbe condotto direttamente in prigione. Le lettere d’amore che si scambiava con Ben-Ami erano scritte in ebraico; una corrispondenza conclusasi con l’entrata della donna nell’esercito.



Narrando la storia di Darwish però, la regista Ibtisam Maraana racconta anche la propria storia e quella di tante giovani coppie in medio oriente. Sposata con un cittadino israeliano ebreo, la regista araba ha vissuto tutte le difficoltà di due persone che si amano ma devono confrontarsi con molte diversità culturali e con l’ostilità e la diffidenza da parte di due comunità in perenne conflitto. Una tematica non nuova anche nel cinema arabo, dove era stata ad esempio trattata nel magistrale “Intervento divino” del regista  palestinese Elia Suleiman, premio della giuria a Cannes nel 2002. Una tematica che per certi versi ricorda una versione riadattata del classico dramma dell’amore e dell’appartenenza, tra un moderno Romeo e una moderna Giulietta.

Il tema dei matrimoni misti in Israele è ancora tabù, come ricorda un articolo apparso recentemente su Haaretz. I matrimoni tra un uomo musulmano e una donna ebrea vengono considerati dallo stato come matrimoni musulmani, mentre gli altri casi rientrano  nella casistica più generale dei matrimoni interconfessionali. Non ci sono molti dati precisi a riguardo, anche perché, sempre secondo Haaretz, le persone non rilevano volentieri i propri dati a riguardo per fini statistici. Si tratta in effetti di una questione che da privata rischia di assumere rilevanza politica e pubblica. Tralasciando il fatto però che, come sottintende il film, al di là delle difficoltà le persone continueranno a innamorarsi da una parte e dall’altra del conflitto. 
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