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MONDO

"L'unica cosa a cui pensavo non era la libertà, ma morire con la pancia piena"

Corea del Nord, fuga dalla prigionia: l'odissea di Shin

Fino all'età di 22 anni non sapeva nemmeno se la terra fosse piatta o rotonda. Costretto a vivere in un campo di internamento in Corea del Nord è l'unico ad essere riuscito a scappare dall'orrore. Shin Dong Hyuk oggi ha 32 anni, la stessa del dittatore Kim Jong-un. Ha raccolto la sua odissea in un libro "Fuga dal campo 14" ed è ambasciatore dell'Onu per i diritti umani

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di Roberta Rizzo

1982, Campo 14 di Kaechon, Corea del Nord. In una baracca circondata dal filo spinato nasce Shin Dong-Hyuk. Come tanti altri bambini venuti alla luce in un campo di internamento ai lavori forzati, la sua nascita non è un atto d'amore ma un "evento programmato". Sua madre era stata data in moglie a suo padre come "premio speciale" per il duro lavoro svolto in prigionia: «Sono cresciuto senza conoscere il significato dei rapporti affettivi, senza alcun senso di umanità» ammette Shin.

Nessun affetto, nessun senso di famiglia
Un'assenza di sentimenti che emerge con tutta la sua forza quando Shin sarà costretto ad assistere all'esecuzione della madre e del fratello maggiore e lo farà senza mai versare una lacrima: «Non sapevo che quando si vede morire la propria madre o il proprio fratello si piange. Nessuno me lo aveva insegnato: quello che mi insegnavano era ad obbedire ai guardiani, se non volevo essere punito. A non fuggire, se non volevo essere ucciso».

Il senso del dovere
Un'obbedienza che gli costerà tantissimo: sarà proprio per questo suo "senso del dovere" che ad appena 14 anni Shin denuncerà il piano di fuga della madre e del fratello alle guardie nella speranza di ricevere in ricompensa qualche chicco di mais in più. Ne causerà invece la condanna a morte e i carcerieri non lo ricompenseranno affatto, anzi, lo sevizieranno con atroci torture.

"Rubavo il cibo agli animali"
Costretto a mangiare quel tanto che lo teneva in vita per lavorare in miniera - due cucchiate di mais per tre volte al giorno, 365 giorni all’anno - la vita di Shin trascorre in una routine alienante che si consuma dietro al filo spinato: "L'unica cosa che noi prigionieri invidiavamo nei campi erano gli esseri animali. Venivano trattati molto meglio di noi: i maiali o i cani ad esempio mangiavano di più e noi prigionieri, morsi dalla fame, provavamo a rubare loro del cibo rischiando di finire torturati o anche peggio". 

Una colpa da scontare per tre generazioni
Dentro Camp 14 sono detenuti almeno 30 mila dei 200 mila prigionieri nordcoreani. Molti di loro non sanno nemmeno perchè sono stati internati o scontano l'essere discendenti di chi ha commesso un reato. E i reati qui sono ben diversi da quelli conosciuti in Occidente: per finire dietro al filo spinato basta davvero poco. La colpa di Shin, ad esempio, è stata quella di avere uno zio che nel 1951, durante la guerra civile tra le due Coree, era fuggito al Sud: le famiglie dei disertori, come stabilito al tempo dal "Grande Leader" Kim Il Sung, vanno rinchiuse nei lager per tre generazioni. 

A "scuola" t'insegnano a meritare le botte
Da piccolo, durante quella che potremmo chiamare "scuola", s'impara solo che chi infrange le regole del campo rischia torture e morte. Shin aveva appreso dalle guardie che le botte erano sempre meritate per colpa del sangue corrotto ricevuto in eredità dai genitori: alle elementari gli insegnarono a stare sull'attenti, a inchinarsi di fronte a quelli che chiamavano 'maestri', ma che in realtà erano anch'essi carcerieri, e soprattutto a non guardarli mai negli occhi. Ancora oggi Shin fatica a tenere lo sguardo: anche durante l'intervista più volte abbassa gli occhi quasi imbarazzato.

La fuga per il cibo
Nel 2005, con la complicità di un altro prigioniero, quando ha solo 23 anni, riesce a fuggire dal campo. Il suo compagno rimane fulimato nel filo elettrificato: è costretto a usare quel corpo esanime per non restare folgorato anch'egli e superare la barriera. Non sarà la voglia di libertà a spingerlo alla fuga, bensì il bisogno di nutrirsi: «A volte arrivavano al campo prigionieri che provenivano da fuori, dal mondo libero e raccontavano che lì gli uomini potevano mangiare fino a scoppiare: questa provocava in me una desiderio di cibo irrefrenabile. L'unica cosa a cui pensavo infatti non era la libertà, che non sapevo nemmeno cosa fosse, ma morire con la pancia piena». Di solito però tutti coloro che riescono a fuggire dal campo nel giro di 24 ore vengono riacciuffati. Ma Shin si dirige a nord, verso le montagne al confine con la Cina. Gli ci vorrà un mese per attraversare il confine a piedi. 

Fuga dal Campo 14
Una storia eccezionale quella di Shin, unico essere umano riuscito a fuggire dall'orrore dei campi di lavoro forzati della Corea del Nord, che testimonia l'esistenza dei lager e per la prima volta porta alla luce le condizioni disumane di chi è rinchiuso lì dal regime. E' stata raccontata dal giornalista americano Blaine Harden che lo ha intervistato in diverse occasioni e l'ha raccolta in un libro: "Fuga dal Campo 14" (pubblicato in Italia da Codice Edizioni). Da oltre dieci anni, da quando è un uomo libero, Shin Dong Hyuk gira il mondo per svegliare le coscienze davanti all'orrore che si consuma ogni giorno in Corea del Nord e che lui stesso ha vissuto sulla sua pelle.

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