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SCIENZA

"Bisogna dare risposte in poco tempo"

Coronavirus, Merler: "Dalla Sars a Covid-19, stime e modelli per capire l'epidemia"

"Studio le epidemie dal 1994" dice Stefano Merler, ricercatore trentino della Fondazione Bruno Kessler. È lui ad aver realizzato il documento relativo alla Fase 2, vagliato dal governo per le riaperture. "Adesso è importante monitorare la capacità di fare tamponi, i focolai di trasmissione e il contact tracing". Mentre sulla polemica relativa alla previsione di 150mila persone in T.I dice: “Si trattava dello scenario peggiore, nessuno di noi lo ha mai considerato realistico. Ma serviva a stimare i vantaggi possibili mettendo in campo certi interventi”

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di Tullia Fabiani “Ci sono state altre sei emergenze internazionali in questo secolo: Sars, H1N1/09, Mers, Ebola in Africa Occidentale, Zika, Ebola in Congo. Mi sono occupato praticamente di tutte, applicando più o meno le stesse tecniche che stiamo utilizzando per analizzare Covid-19, aggiornate in questo caso con le conoscenze più recenti. Quello che è enormemente cambiato è il coinvolgimento umano in quello che faccio, perché stiamo parlando della più grande emergenza sanitaria che io ricordi. E ci ha stravolto la vita”. Stefano Merler ha una laurea in matematica e svolge attività ricerca sulla trasmissione di malattie infettive dal 1994, “fin dalla tesi di laurea”.
 
Vive a Trento dove lavora per la Fondazione Bruno Kessler. Ed è lui ad aver realizzato e spiegato, durante la conferenza stampa dell’Istituto Superiore di Sanità, lo studio relativo alla Fase 2. Il modello vagliato dal governo per le riaperture.
 
Quando ha cominciato a lavorare sui dati relativi a Covid19? 
“A metà gennaio, quando ci accorgemmo che c’era una discrepanza tra i dati ufficiali cinesi, che riferivano di circa duecento casi, legati al famoso mercato di Wuhan, e quello che stava già accadendo fuori dalla Cina, con casi osservati in Tailandia, Giappone, Corea. Avevamo intuito che in Cina le cose potevano essere molto peggiori di come sembrava, con possibili implicazioni per il mondo intero, e abbiamo cominciato a lavorarci, analizzando cosa stava succedendo in Cina per poi capire cosa avrebbe potuto succedere in Italia”.
 
E cosa si è capito?
“All’inizio avevamo tutti la speranza che si trattasse di una malattia come la Sars, con la quasi totalità dei casi che sviluppa sintomi clinici, cosa che facilita notevolmente il controllo, ad esempio isolando i casi e mettendo in quarantena i contatti recenti dei casi. Invece, ci siamo accorti molto presto che c’era sicuramente trasmissione pre-sintomatica, i casi iniziavano a trasmettere l’infezione ben prima dell’insorgenza dei sintomi, alcuni anche 2, 3 giorni prima. Questo è stato un brutto colpo perché ci ha fatto subito sospettare che ci potesse essere trasmissione anche da parte di persone asintomatiche, rendendo di fatto Sars-Cov-2 incontrollabile, come l’influenza”.
 
In che modo procede il lavoro di ricerca?
“Il nostro lavoro è duplice. Prima stimiamo i parametri chiave che regolano la trasmissione di Sars-Cov-2 dai dati, cosa importante per sé, e poi sviluppiamo modelli, che includono queste ed altre informazioni, per valutare la possibile evoluzione dell’epidemia, incluso l’impatto degli interventi”.
 
Secondo i suoi calcoli si sarebbe infettato circa il 4% della popolazione. Come si è arrivati a questo dato?
“Premesso che si potrà avere una risposta più precisa a questa domanda solo dopo l’indagine sierologica, noi ci siamo arrivati combinando stime di probabilità di morte per infezione, da letteratura scientifica, con le morti osservate regione per regione”.
 
Può cambiare questo numero nella Fase2?
“Come cambierà nella Fase 2 dipende da quanto bassa o alta sarà la trasmissibilità. È impossibile fare previsioni adesso”.
 
Quali sono i numeri importanti da monitorare adesso?
“Sono tanti: la trasmissibilità di Sars-Cov-2, e cioè Rt, la capacità di fare tanti tamponi, il numero totale di casi individuati, la capacità di analizzare i focolai di trasmissione e di fare contact tracing, cioè individuare ed isolare i casi e mettere in quarantena i contatti, solo per fare alcuni esempi. Bisogna poi analizzarli tutti insieme per capire come sta andando”.
 
C'è una stima delle persone che potrebbero essere contagiate entro fine anno? 
“È una domanda complicata. Diciamo che se fosse continuato il lockdown, essendo Rt sotto la soglia di uno, si sarebbe forse riusciti ad arrivare a zero nuovi casi nell’arco di qualche mese. Difficile stabilire con precisione quando, perché la coda di un’epidemia è molto stocastica. Ma non sarebbe comunque finita. Il virus può essere reintrodotto dall’esterno in ogni momento. Adesso la situazione è pure cambiata, anche perché non si può vivere in un lockdown permanente, ed è quindi impossibile fare previsioni sensate in questo momento”.
 
A proposito di Rt e Ro: la maggior parte delle valutazioni dipende da questi indicatori. Perché?
“R0 è il numero medio di infezioni generate da ciascun individuo infetto ad inizio epidemia. Rt è il numero medio di infezioni generate da ciascun individuo infetto nel corso dell’epidemia. R0 è importante perché` ci permette di avere un’idea sul livello di interventi che dobbiamo mettere in campo per eliminare una malattia infettiva. Un esempio che forse si capisce facilmente è questo. Supponiamo che R0 sia 2 e sia disponibile un vaccino. Per portare R0 sotto 1 bisogna immunizzare almeno il 50% della popolazione in modo che almeno la metà dei nostri contatti sia con persone immuni. Ma lo stesso vale anche per malattie per cui non è disponibile un vaccino. R0 ci dice di quanto bisogna ridurre i contatti per eliminare la malattia. Rt invece è importante perché ci permette di valutare nel tempo se gli interventi sono efficaci o meno. In questo preciso momento, è importante perché ci dà delle indicazioni su come è possibile uscire dal lockdown, in termini di aumento dei contatti, mantenendo comunque Rt sotto 1”.
 
Qualche giorno fa una vostra previsione ha fatto molto discutere. Si parlava di un possibile picco di 150mila persone in terapia intensiva a giugno. I vostri calcoli sono stati contestati.
“Lo scopo del lavoro fatto con ISS e INAIL era quello di individuare una possibile strategia di uscita dal lockdown, che permetta di tenere la trasmissione sotto controllo. Di questo parla il 99% degli scenari analizzati nel rapporto. Lo scenario peggiore, che significa un ritorno alla vita prima di Covid, non lo ha mai considerato realistico nessuno di noi. È però prassi considerare questi scenari negli studi scientifici perché permettono di stimare quanto ci si guadagna, ad esempio in termini di morti evitate, mettendo in campo certi interventi rispetto al non far nulla”.
 
Si è parlato di errori nella lettura percentuale del tasso di letalità, di sovrastima e moltiplicazioni che avrebbero viziato i dati. Rifarebbe i calcoli?
“Ho già avuto modo di mostrare, conti alla mano, che si trattava di errori fatti da chi ci ha criticato. Questione chiusa per me”.
 
I numeri si prestano a interpretazioni?
“Studiare un’epidemia umana è estremamente complesso. Non si tratta di un esperimento di laboratorio dove puoi controllare tutte le variabili che metti in gioco e misurarne gli effetti. E non è nemmeno possibile fare esperimenti comparativi. Lasciamo Torino nel lockdown, a Roma riapriamo le scuole, a Milano apriamo tutto, e poi confrontiamo come è andata? Non è possibile. L’unico strumento che abbiamo sono i modelli, che integrano al meglio quello che sappiamo su questa epidemia, e che ci danno delle indicazioni. Dopodiché, i modelli restano modelli, non sono la realtà, e quindi devono per forza di cose essere interpretati con estrema cautela. L’epidemiologia è una scienza difficile, per certi aspetti anche insoddisfacente. A complicare il tutto c’è anche il fattore tempo. Non abbiamo a disposizione anni per condurre esperimenti. Bisogna dare risposte, per quanto incerte, adesso, anche se, è bene ricordalo, ci siamo accorti di Sars-Cov-2 in Italia solo due mesi e mezzo fa. In certe discipline, non fanno nemmeno il design dell’esperimento in così poco tempo. Resta però un fatto, tutti i modelli di cui sono a conoscenza indicano che se Rt superasse anche di poco la soglia di 1, e restasse sistematicamente sopra 1, il sistema sanitario andrebbe in crisi molto velocemente, anche in altri paesi del mondo”.
 
Il presidente dell’Iss Brusaferro parlando dei vostri modelli di previsione ha detto che dovranno essere aggiornati periodicamente e poi tarati sulle realtà regionali. Una verifica progressiva?
“Credo sia importante aggiornare tutte le stime man mano che aumenta la nostra conoscenza, tenendo in considerazione le informazioni che verranno raccolte in questa fase. I dati potranno forse permetterci di fare un po’ di luce su alcuni aspetti che non sono ancora chiari, come ad esempio l’efficacia (in termini quantitativi) di alcuni dispositivi di protezione individuale e l’adeguatezza (sempre in termini quantitativi) del comportamento delle persone in termini di mantenimento del distanziamento sociale”.
 
Dopo questa fase quali scenari di ricerca si aprono, lavorerete anche in vista di una Fase 3?
“Siamo ricercatori indipendenti e quindi studiamo tutto quello che ci interessa. Poi, se qualcuno ci chiede un parere su questioni specifiche lo diamo volentieri. Ci sono diversi aspetti che non sono per niente chiari. E poi c’è l’Africa, su cui si sa poco, ma su cui stiamo già facendo dei lavori. Sarà ad esempio interessante cercare di capire l’impatto di Covid-19 in queste popolazioni che sono molto più giovani di noi. Prima di parlare di Fase 3 è però necessario capire bene cosa succederà in Fase 2, nella speranza che arrivi presto un vaccino efficace”.
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