Original qstring:  | /dl/rainews/articoli/Giardini-di-pietra-di-Matera-una-capitale-per-tutti-i-Sud-d92fe203-0abd-4710-9ac9-7112e56f2c38.html | rainews/live/ | true
ITINERARI

Intervista a Pietro Laureano

Giardini di pietra di Matera, una capitale per tutti i Sud

Mondo alieno, città delle origini, mostro antidiluviano, ecosistema, specchio del “cielo stellato”, città colpita dalla peste, vergogna nazionale, utopia architettonica. Una, nessuna e centomila, Matera è stata chiamata in mille modi diversi e contrastanti. I suoi Sassi, considerati malsani negli anni ‘50, sono ora meta del turismo internazionale. Pietro Laureano, architetto e consulente Unesco per le zone aride, racconta come questa città, controversa ed enigmatica, si prepara al nuovo ruolo di capitale europea della cultura. E non solo. 

Condividi
di Laura Mandolesi Ferrini “... la miseria rappresenta assai più che uno stato di condizione materiale... essa è un modo di vivere, una filosofia…” Frederich Friedmann (1949)
 
Al di là del turbamento violento che si ebbe di fronte alla “scoperta” della Matera di fine anni ‘40, Friedmann come Levi e altri intellettuali di allora, aveva intuito qualcosa. In quel “modo di vivere” e in quella “filosofia” si custodiva un sapere che solo un grande passato poteva aver lasciato in eredità. Lo stesso Levi, una decina di anni dopo, scriveva: “I Sassi di Matera non sono un complesso di minore importanza delle cose più celebrate e più importanti che esistano nel nostro paese, in Europa e nel mondo. (...) si tratta (...) di tutelare un valore che, non so se tutti se ne rendono conto, è veramente un valore grandissimo e unico nella storia urbanistica”.
 
Prima di arrivare a questa consapevolezza, culminata con la designazione di Matera a “città europea della cultura 2019”, gli antichi quartieri dei Sassi hanno dovuto subire profonde ferite: modifiche architettoniche, conseguente collasso dell’equilibrio ecologico, epiteto di “vergogna nazionale” e imposizione di un esodo urbano senza precedenti. Svuotati dei loro abitanti e divenuti proprietà demaniale, i Sassi furono poi murati. Non si capì o non si volle vedere quello che questi rappresentavano: tecniche costruttive funzionali, maestria nell’organizzazione comunitaria dello spazio e capacità di gestione delle risorse naturali. Era come se, murando porte e finestre delle case nei Sassi si fosse messo un muro davanti all’intera cultura contadina, ai suoi valori abitativi, culturali, simbolici. Assieme alle “grotte”, veniva occultato in effetti un “modo di vivere”.  
 
In “Giardini di pietra”, l’architetto Laureano ha dimostrato che i Sassi di Matera, con la loro rete idrica e i loro sistemi di riciclo delle risorse, sono in effetti il risultato brillante di strategie adattative messe in atto fin dall’antichità per ottenere il massimo da un ambiente non fra i più generosi. Sono il risultato di un equilibrio delicato eppure perfetto, che è venuto meno con l’incontro con la modernità. Sotto questa luce si può capire perché la fase di degrado descritta da Carlo Levi nel ‘43 fu “solo un momento di una storia lunghissima e geniale”, che da oltre un secolo aveva iniziato a vacillare. La Matera che Levi conobbe aveva infatti già subito in pochi decenni l’interramento di fosse, canali, cisterne e pozzi, con il conseguente degrado igienico-sanitario. Una storia di sbarramenti, di ostruzioni e infossamenti la cui chiusura dei Sassi negli anni ‘50 fu solo l’epilogo. Quello che non si accettava di Matera era la sua diversità, “un punto di forza” afferma Laureano e non di debolezza. Il suo “Giardini di pietra” vuole essere “un percorso di impegno civile per la rinascita di un luogo”. Un luogo che ha subito negli anni tanti ribaltamenti di giudizio, e che ora ci esorta a rovesciare i nostri paradigmi. Ecco il suo punto di forza: la sua capacità di spingerci a proporre nuovi valori culturali. Solo così sarà possibile vedere Matera come “espressione di quelle culture altre a cui la “cultura” è stata negata”. Perché nel suo intelligente uso delle risorse, Matera si propone come “esempio di città sostenibile e nuovo modello (...) per il pianeta intero”. 

Architetto Laureano, Matera ha una storia fatta di capovolgimenti continui, come quello che l’ha portata da “vergogna nazionale” a Capitale europea della cultura per il 2019.  La sua stessa architettura suggerisce un gioco di ribaltamenti, fra alto e basso, sotterraneo e costruito, luce e ombra. Convivere con questi spazi può influenzare sia il modo di pensare l’architettura che l’approccio alla ricerca?
I luoghi sono un testo scritto nel paesaggio e nella natura. Tramandano visioni, aspirazioni, gioie e sofferenze di coloro che li hanno realizzati e fruiti. Parlano attraverso la stratificazione geologica, archeologica e storica o comunicano per simboli e sensazioni. Il loro significato dipende dalla cultura di chi li osserva. Vanno quindi continuamente interpretati e narrati. Ogni lettura realizza un nuovo strato di significati che va ad amplificarne l’aura. Matera rappresenta il rovescio delle categorie consuete dell’urbanistica e dell’architettura propugnate dalla modernità. Marchiata come un passato da dimenticare e dichiarata vergogna nazionale negli anni ‘50 è stata da me presentata, nel rapporto d’iscrizione UNESCO del 1993, come un paesaggio geniale, simbolo di una diversità che rappresenta la speranza di un futuro migliore e sostenibile per il pianeta intero. E’ un messaggio che non potrà mai essere cancellato perché scolpito nella pietra, custodito nei labirinti sotterranei, inciso nei volti degli abitanti, urlato dal fragore dei baratri di roccia erosa e dal silenzio dei paesaggi primordiali.

Prima della designazione lei sosteneva, nel 2011 (Giardini di pietra) che Matera si candidava “in nome di tutto il Sud e i Sud del mondo” per rivelare la voce dei luoghi “messi ai margini dalla modernità ma portatori di valori” come il senso della comunità, la sostenibilità, la “trama urbana (...) in armonia mimetica con il paesaggio”. Fra le motivazioni della designazione (come la partecipazione e il coinvolgimento dei cittadini alla rinascita della città, le proposte culturali, l’innovazione tecnologica), manca ogni allusione al rapporto della città col paesaggio. Secondo lei perché?
Le motivazioni riflettono l’impostazione della competizione a Capitale della Cultura europea che è basata non su quello che la città è stata ma su quello che fa. E Matera nel percorso di candidatura ha sviluppato partecipazione e sapere fare straordinari giustamente premiati nella designazione. La vittoria tuttavia è profondamente dipesa da quello che Matera è, e dal suo paesaggio costruito nel rapporto armonioso tra comunità e ambiente. Ho avuto il compito di ricevere la Commissione di valutazione al suo arrivo, e questo primo incontro ha dato un imprinting decisivo a tutto il processo proprio perché sapientemente organizzato sull’altipiano delle Murge di fronte all’immortale paesaggio di Matera.  

Un passo indietro: nel 1993 l’Unesco dichiarò i Sassi di Matera, Patrimonio mondiale dell’Umanità. E lei ricorda che “La Repubblica” (9 dicembre 1993) titolò: “Matera come Venezia”. La città entrava così a pieno titolo a far parte dei gioielli del nostro Pianeta. E lei si domanda se il turismo crescente non porti con sé nuovi problemi. Non si rischia infatti che la specificità di Matera venga appiattita da quella modernità che “attua identiche soluzioni (...) invasive in tutti gli ambienti e le culture”? Non rischia insomma un altro e diverso “Matera come Venezia”, con un nuovo esodo degli abitanti a favore del turismo di massa? Come contrastare questo rischio?
Il turismo è stato importante per Matera perché ha permesso l’innesco di un processo di valorizzazione e fornito risorse. I Sassi abbandonati a rudere sarebbero finiti in degrado e preda della criminalità. La percezione del loro valore, favorita dall’apprezzamento turistico, è la garanzia del recupero. Ciononostante un turismo non gestito può portare alla distruzione dei valori. Occorre il controllo sulla qualità dei restauri e dell’offerta sia alberghiera sia artigianale e gastronomica. Bisogna che i benefici siano estesi a tutti i residenti tramite infrastrutture e servizi all’intera città. Soprattutto la produzione culturale e la dimensione ecologica devono divenire un programma strategico. Questa è la garanzia per un turismo consapevole e positivo. Anche economicamente più valido perché destagionalizzato, propenso al ritorno e legato ai luoghi.

Ancora un passo indietro: a differenza dei veneziani, gli abitanti dei Sassi, con la legge del 1952, furono costretti a lasciare le loro abitazioni, che divennero di proprietà demaniale. Al di là della manovra elettorale che fu dietro all’operazione (come scriveva Albino Sacco: “Case nuove gratis per tutti!”), come fu gestito questo esodo?
Ebbi l’occasione di discutere la questione con lo stesso Albino Sacco, e altri protagonisti del periodo, in un convegno espressamente organizzato a Roma, a seguito dell’iscrizione UNESCO, dal compianto Tullio Tentori il grande antropologo che studiò i Sassi al tempo della famosa inchiesta cui seguì l’imposizione di lasciare le case. E’ emerso chiaramente da tutte le testimonianze che la commissione decretò inagibili solo una percentuale dei Sassi e non ne auspicò il completo abbandono. La decisione fu tutta politica con una riunione in Prefettura dove fu imposto l’esodo perimetrando i Sassi come area vietata. Lo scopo fu approfittare al massimo delle risorse statali per nuovi quartieri. Questi ultimi furono collocati a raggiera lontano dal centro cittadino realizzando l’urbanizzazione e l’incremento del valore dei suoli privati intermedi dotati d’infrastrutture a spese del pubblico. L’esodo fu favorito colpevolizzando gli abitanti dei Sassi e suscitando vergogna del loro modo di abitare. In realtà nelle nuove abitazioni si ebbe un peggioramento delle condizioni di vita per la ghettizzazione e disgregazione sociale, la lontananza dal centro, la mancanza dell’aiuto reciproco fornito nei Sassi dal sistema urbanistico e sociale del vicinato, specialmente in caso d’indigenza, sorveglianza ai bambini, aiuto agli anziani, malattia, assistenza alle partorienti. Il risultato fu che presto anche i nuovi quartieri furono abbandonati per emigrare al Nord o all’estero svelando il senso dell’operazione che era lo svilimento dei luoghi per distruggere le consuetudini tradizionali e creare la propensione al lavoro di fabbrica e al consumismo.

Il rapporto degli abitanti di allora con i quartieri sgomberati appare contraddittorio: “Per impedire occupazioni abusive tutte le case e le finestre dei Sassi”, lei scrive, furono “forzatamente murati”. Ma gli abitanti allo stesso tempo evitavano “i loro antichi quartieri”. Tutto questo è forse il segno di uno scollamento con il loro senso di appartenenza, una perdita di memoria culturale e identitaria? Cosa è successo nei 30 anni di Sassi svuotati e murati? E cosa rimane oggi di questo trauma?
Ufficialmente le case furono murate per impedire che persone provenienti da paesi vicini vi entrassero per abitarli o rivendicare nuove abitazioni. In realtà i Sassi non erano solo grotte e abitazioni malsane. Vi erano palazzi, giardini pensili, ipogei dalle caratteristiche utilissime nelle condizioni climatiche, sistemi per la captazione dell’acqua, cripte con affreschi rupestri. Anche tutto questo fu murato. Si volle nascondere e cancellare, inculcare il senso della vergogna del proprio passato di fronte alla modernità. Molte strade e accessi furono chiusi di modo che Matera divenne una città paradossale con la sua più antica parte inaccessibile ma presente: il passato rimosso era nel pieno centro cittadino. Il lamento vittimista faceva comodo a tutti: da una parte si lucrava sugli aiuti allo sviluppo; dall’altra si amministravano i consensi culturali del populismo. Quando mi dedicai all’iscrizione UNESCO fui molto ostacolato perché affermavo i valori geniali di Matera rovesciando il marchio della vergogna e di città simbolo della miseria e subalternità contadina. Progressivamente tra intellettuali e appassionati maturò la volontà di abitare nei Sassi ma la gran parte della popolazione, anche nei primi anni dopo l’iscrizione, sosteneva ancora che non vi sarebbe più tornata. Ora le cose sono completamente cambiate. Anzi è impressionante riscontrare come si sia già completamente dimenticato che fu difficilissimo in quegli anni affermare quello che oggi appare scontato e cioè che dal passato remoto di Matera emergono indicazioni per il futuro e che raccogliere l’acqua piovana e abitare nelle caverne non è da reietti della storia ma un patrimonio della umanità intera.

Nella sua analisi della storia di Matera, lei sottolinea un nodo importante: “La fase di degrado è solo un momento di una storia lunghissima e geniale”. La difficoltà nel capirlo è tutta nostra, come degli architetti contemporanei, che non sanno “leggere” una città sviluppata su stratificazioni millenarie. La lettura del paesaggio, agrario o urbano che sia è quindi una fase imprescindibile per la comprensione della realtà. Ma non ci sono ricette o scuole a insegnarlo. Come orientarsi?
La lettura vincente di Matera è stata basata sulla critica della concezione della storia come continuo progresso verso le società affluenti e consumistiche, e sull’affermazione del valore che hanno oggi modelli sociali e tecnologici alternativi, basati sul risparmio delle risorse, la comunità e la diversità delle culture. Matera rappresenta un modello di abitare e vivere che ha origine nella preistoria, è stato bandito dall’industrializzazione, ma che qui si è perpetuato. La visione si colloca all’interno di quelle correnti speculative che in Italia e nel mondo hanno sviluppato percorsi diversi da quelli unidirezionali imposti dalla modernità come gli studi sul paesaggio, l’archeologia del sapere, il pensiero debole e meridiano, le città lente, la società liquida, l’economia verde, la bio mimetica, la bio architettura e la sostenibilità. E’ un pensiero trasversale alle discipline e impone la sintesi di più settori scientifici. Per questo è difficile da classificare e incasellare nelle materie in cui sono divise le accademie. La conoscenza e la cultura sono utilizzate come strumenti di dominio e molti affermano il loro potere chiudendo gli steccati del loro campo ostacolando innovatori capaci di rovesciare paradigmi funzionali a ideologie o potentati economici. La stessa teoria del Patrimonio dell’UNESCO ha avuto nel tempo una difficile ma costante trasformazione ed evoluzione cui ha fortemente contribuito anche l’esperienza di Matera. Preferire il monumento aulico, o l’arte come opera individuale, ha origine in una concezione euro centrica e museale che ha privilegiato concetti di unicità e di autenticità funzionali al valore di mercato. Questa concezione è stata progressivamente sostituita dall’attenzione agli insediamenti storici, poi all’ambiente, al patrimonio immateriale, fino alla attuale teoria del paesaggio espressione del rapporto - mentale, fisico e d’identità - tra le genti e l’ambiente. In questa categoria, sviluppata recentemente, rientrano gli studi più avanzati che intersecano le scienze ambientali, la geografia, l’archeologia, la storia, l’antropologia culturale, la tipologia urbanistica e architettonica, e indicano una nuova visione del patrimonio in cui importante non è il bene in se stesso ma il sapere fare, le conoscenze tradizionali, i valori umani che l’hanno realizzato e possono proteggerlo e perpetuarlo, la sua narrazione, gestione ed evoluzione.

Matera ha una tradizione letteraria di viaggiatori che la raccontano con stupore e ammirazione. Lei stesso racconta che nei suoi viaggi è stato spesso interrogato sul suo paese, come Marco Polo veniva interrogato da Kublai Khan, nelle Città invisibili. E i suoi interlocutori, spesso increduli, pensavano a uno scherzo. Ci può raccontare uno questi incontri?
Mi capita continuamente nel mio lavoro nelle zone aride e trogloditiche, come Petra in Giordania, Lalibela in Etiopia, Shustar in Iran, Al Ain negli Emirati Arabi e tante altre dalla Cappadocia alla Cina di mostrare una dimestichezza con strutture sotterranee e idrauliche che sorprende gli abitanti del posto. Allora mi chiedono da dove io provenga. Una delle prime volte fu con un capo Tuareg dei Tassili degli Ajjer nel deserto algerino. Gli raccontai allora di Matera con i suoi tunnel sotterranei in cui si conservava la preziosa acqua condensata nelle grotte, le corti murate, i giardini terrazzati, il canyon della Gravina inciso tra pareti abissali, l’altipiano arido delle Murge dalle erbe profumate, i recinti preistorici a doppio cerchio e i cieli, dai mille falchi in volo. Il capo Tuareg sentenziò che quel posto non era certamente nella moderna Europa ma che io stavo descrivendo proprio la città perduta delle leggende nomadi e da quella dovevo certamente venire. Così da allora divenni parte della loro comunità.

Cosa resta da fare da qui al 2019? Progetti, nuove idee, strategie? E soprattutto dopo?
Occorre attuare il programma riconosciuto vincente dall’Europa. Non è una cosa da poco perché quel progetto ha superato le proposte delle altre importanti città italiane tutte valide e imperniate sul ruolo decisivo della cultura per il progresso e il benessere dei popoli. E’ un fatto nuovo per l’Italia che tanti luoghi si siano impegnati in una strategia di questa portata. Il Governo ne ha compreso la portata e ha premiato le finaliste conferendo loro a turno il titolo di Capitale italiana della cultura fino al 2019. La vicenda di Matera merita, tuttavia, un’ulteriore attenzione nazionale. Come Venezia, Matera usufruì del finanziamento di una legge speciale per restaurare i Sassi. Ma mentre a Venezia il finanziamento è stato più volte reiterato a Matera è rimasto l’unico. Quel finanziamento ha funzionato da moltiplicatore di risorse aggiuntive e innescato tutto il processo di recupero. Matera è un esempio di successo a livello europeo e mondiale che l’Italia può rivendicare a sostegno delle sue capacità, cultura e imprenditorialità che comprendono competenze e produttività innovativa dal restauro architettonico e urbano, alla sostenibilità, la resilienza e mitigazione dei rischi. Matera va quindi sostenuta come progetto dell’Italia intera. Questo deve essere allargato ai comuni limitrofi delle Gravine e ai paesi lucani facendo di Matera un esempio di nuove aggregazioni territoriali e un modello per situazioni analoghe mediterranee. Di fronte alle sfide globali, alle omologazioni, al collasso degli ecosistemi e l’agonia dei paesaggi che condannano i popoli alla povertà e agli esodi, Matera deve perpetuare la sua estrema diversità, parlare all’Europa e al Mondo di un nuovo modello, dare voce alle comunità messe ai margini, affermando, direbbe Pier Paolo Pasolini, la forza scandalosa e rivoluzionaria della tradizione.
 
Condividi