SCIENZA
Prove di vita su altri mondi
“Tute spaziali e isolamento: la mia vita su Marte”: l'italiano che è stato “sul Pianeta Rosso”
Un ingegnere romano ha partecipato alla simulazione di una missione in territorio marziano: due settimane in una finta base allestita nel deserto dello Utah, vivendo in una capsula e indossando tute spaziali. Potrebbe essere scelto per passare un anno in condizioni simili nell'Artico canadese. Il tutto per capire le difficoltà che potrebbe incontrare una spedizione umana su Marte. “Diventare un vero astronauta? È sempre stato un sogno”
di Andrea BettiniRoma
L’aspetto più complicato? Svolgere gli esperimenti con la tuta spaziale che limita i movimenti e riduce la sensibilità al tatto. Senza dimenticare la necessità di vivere in uno spazio angusto con altre cinque persone e l’isolamento dalla Terra. La vita su Marte può non essere facile e l’ingegnere romano Dario Parastesh, 28 anni, lo ha appena sperimentato in prima persona. Per due settimane all'inizio di novembre ha partecipato alla simulazione di una missione sul Pianeta Rosso organizzata nel deserto dello Utah dalla Mars Society, un'organizzazione no-profit guidata dall’ingegnere aerospaziale statunitense Robert Zubrin che promuove l'esplorazione e la colonizzazione di Marte.
Il progetto si chiama Mars Arctic 365 e l'equipaggio con cui ha convissuto è in competizione con altri due team selezionati nei mesi scorsi: i migliori passeranno un anno intero in una piccola base allestita su un’isola sperduta nell’Artico canadese, fingendo di trovarsi in un ambiente marziano. Faranno esperimenti, usciranno all'esterno con caschi e tute, avranno cibo razionato e saranno tagliati fuori dal mondo esterno, come se fossero davvero su Marte. Saranno impegnati in una sorta di Grande Fratello dalle finalità rigorosamente scientifiche: la loro esperienza fornirà dati sulle difficoltà che un giorno potrebbero essere incontrate da veri astronauti in una missione su un altro pianeta.
Dario Parastesh, come è stata la sua esperienza su “Marte”?
Il luogo in cui sono stato è praticamente come il Pianeta Rosso: non sembra di essere sulla Terra. Quando ci si affaccia dalle finestre si vede un territorio desertico, di colore rosso. Si ha la sensazione effettiva di essere soli in un posto sperduto che può rassomigliare alla superficie marziana. La base è particolarmente angusta, uno spazio piccolo riservato a sei persone, dove bisogna impegnarsi a fondo per far sì che tutti vadano d’accordo. La struttura è composta di due piani: il primo è riservato ad attività di laboratorio biologico e ha una stanza per la preparazione alle attività extraveicolari, al secondo piano c’è il dormitorio.
Cosa avete fatto lì dentro per due settimane?
Io avevo il compito di preparare ogni giorno un report che esprimesse lo stato d’animo, il morale e le attività fatte nel laboratorio. Nel gruppo erano presenti altre cinque persone provenienti da Stati Uniti, Francia, Germania e Australia. Tre erano biologi e hanno condotto esperimenti sulla crescita di piante in una serra in un terreno simile a quello marziano per dimostrare la possibilità di produrre cibo sul suolo di Marte. Un altro era un ingegnere che ha realizzato una parabola capace di usare l’energia solare per far bollire l’acqua. Poi c’era il comandante del gruppo, un ingegnere che si è occupato del coordinamento con la squadra di supporto missione, che era esterna alla capsula e si trovava sul pianeta Terra.
Qual è stata la maggiore difficoltà che avete incontrato?
In condizioni simili si potrebbe pensare che sia far coesistere sei persone in 80 metri quadri. In realtà il gruppo è diventato rapidamente una specie di famiglia. L’aspetto più difficile è dover effettuare molti esperimenti ed escursioni con una tuta che limita i movimenti e la sensibilità al tatto. Ad esempio, usavamo guanti molto simili a quelli da neve che non permettevano di utilizzare una penna o uno strumento in modo agevole.
Due settimane sono un periodo relativamente breve, un anno è molto lungo. È sicuro di voler trascorrere dodici mesi così nell’Artico?
Prima di questa esperienza mi preoccupava un po’ l’idea di stare a lungo con altre persone in uno spazio ristretto. In realtà ho visto che si può fare. Dipende sempre dall’attitudine e dalla capacità di adattamento. Se mi dovessero chiedere di partecipare alla missione di un anno, credo che sarebbe esperienza fattibile anche se estrema. Se sarò selezionato, vorrei portare avanti un progetto di ricerca sui droni che sto sviluppando con l’azienda per cui lavoro, la Biofly di Ardea. L’idea è utilizzare un drone come mezzo di supporto alle attività extraveicolari per rilevare zone dove possano essere presenti acqua e minerali utili a una base marziana.
Le piacerebbe diventare un vero astronauta?
È sempre stato un mio sogno, anche se per il momento rimane tale. Ho affrontato due settimane di simulazione. Non lo sono stato a tutti gli effetti, però da un certo punto di vista è stato quasi come essere un astronauta vero e proprio.
L’italiana Samantha Cristoforetti passerà sei mesi sulla Stazione Spaziale Internazionale. Sta seguendo la sua missione?
Sì, e ho seguito molto anche Luca Parmitano, che è stato sulla Iss prima di lei. Purtroppo nelle ultime due settimane non ho avuto molto tempo per tenermi informato, per gli impegni sul campo e perché laggiù la nostra banda di internet era limitata. Anche questo faceva parte della simulazione: su Marte la velocità delle connessioni non è certo la stessa presente sulla Terra.
Il progetto si chiama Mars Arctic 365 e l'equipaggio con cui ha convissuto è in competizione con altri due team selezionati nei mesi scorsi: i migliori passeranno un anno intero in una piccola base allestita su un’isola sperduta nell’Artico canadese, fingendo di trovarsi in un ambiente marziano. Faranno esperimenti, usciranno all'esterno con caschi e tute, avranno cibo razionato e saranno tagliati fuori dal mondo esterno, come se fossero davvero su Marte. Saranno impegnati in una sorta di Grande Fratello dalle finalità rigorosamente scientifiche: la loro esperienza fornirà dati sulle difficoltà che un giorno potrebbero essere incontrate da veri astronauti in una missione su un altro pianeta.
Dario Parastesh, come è stata la sua esperienza su “Marte”?
Il luogo in cui sono stato è praticamente come il Pianeta Rosso: non sembra di essere sulla Terra. Quando ci si affaccia dalle finestre si vede un territorio desertico, di colore rosso. Si ha la sensazione effettiva di essere soli in un posto sperduto che può rassomigliare alla superficie marziana. La base è particolarmente angusta, uno spazio piccolo riservato a sei persone, dove bisogna impegnarsi a fondo per far sì che tutti vadano d’accordo. La struttura è composta di due piani: il primo è riservato ad attività di laboratorio biologico e ha una stanza per la preparazione alle attività extraveicolari, al secondo piano c’è il dormitorio.
Cosa avete fatto lì dentro per due settimane?
Io avevo il compito di preparare ogni giorno un report che esprimesse lo stato d’animo, il morale e le attività fatte nel laboratorio. Nel gruppo erano presenti altre cinque persone provenienti da Stati Uniti, Francia, Germania e Australia. Tre erano biologi e hanno condotto esperimenti sulla crescita di piante in una serra in un terreno simile a quello marziano per dimostrare la possibilità di produrre cibo sul suolo di Marte. Un altro era un ingegnere che ha realizzato una parabola capace di usare l’energia solare per far bollire l’acqua. Poi c’era il comandante del gruppo, un ingegnere che si è occupato del coordinamento con la squadra di supporto missione, che era esterna alla capsula e si trovava sul pianeta Terra.
Qual è stata la maggiore difficoltà che avete incontrato?
In condizioni simili si potrebbe pensare che sia far coesistere sei persone in 80 metri quadri. In realtà il gruppo è diventato rapidamente una specie di famiglia. L’aspetto più difficile è dover effettuare molti esperimenti ed escursioni con una tuta che limita i movimenti e la sensibilità al tatto. Ad esempio, usavamo guanti molto simili a quelli da neve che non permettevano di utilizzare una penna o uno strumento in modo agevole.
Due settimane sono un periodo relativamente breve, un anno è molto lungo. È sicuro di voler trascorrere dodici mesi così nell’Artico?
Prima di questa esperienza mi preoccupava un po’ l’idea di stare a lungo con altre persone in uno spazio ristretto. In realtà ho visto che si può fare. Dipende sempre dall’attitudine e dalla capacità di adattamento. Se mi dovessero chiedere di partecipare alla missione di un anno, credo che sarebbe esperienza fattibile anche se estrema. Se sarò selezionato, vorrei portare avanti un progetto di ricerca sui droni che sto sviluppando con l’azienda per cui lavoro, la Biofly di Ardea. L’idea è utilizzare un drone come mezzo di supporto alle attività extraveicolari per rilevare zone dove possano essere presenti acqua e minerali utili a una base marziana.
Le piacerebbe diventare un vero astronauta?
È sempre stato un mio sogno, anche se per il momento rimane tale. Ho affrontato due settimane di simulazione. Non lo sono stato a tutti gli effetti, però da un certo punto di vista è stato quasi come essere un astronauta vero e proprio.
L’italiana Samantha Cristoforetti passerà sei mesi sulla Stazione Spaziale Internazionale. Sta seguendo la sua missione?
Sì, e ho seguito molto anche Luca Parmitano, che è stato sulla Iss prima di lei. Purtroppo nelle ultime due settimane non ho avuto molto tempo per tenermi informato, per gli impegni sul campo e perché laggiù la nostra banda di internet era limitata. Anche questo faceva parte della simulazione: su Marte la velocità delle connessioni non è certo la stessa presente sulla Terra.
