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SALUTE

L'appuntamento è domenica 22 marzo

Non hanno l'uso delle gambe ma parteciperanno alla Maratona di Roma grazie a un esoscheletro

Carmine Consalvi e Nicoletta Tinti, due pazienti paraplegici, percorreranno 1 km grazie a un esoscheletro, cioè un “robot indossabile” che ha rivouzionato la loro vita. L’iniziativa è patrocinata dalla Fondazione Santa Lucia di Roma

Carmine Consalvi con l'esocheltro (Foto Fondazione Santa Lucia)
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di Laura CorsiRoma Ci saranno due partecipanti d’eccezione alla Maratona di Roma, che si correrà domenica 22 marzo. Si tratta di Carmine Consalvi e Nicoletta Tinti: entrambi hanno perso l’uso delle gambe ma saranno in pista grazie a un esoscheletro, cioè un “robot indossabile”, che consente loro di camminare e che, in occasione della Maratona, permetterà a entrambi di affrontare anche questa sfida sportiva. L’iniziativa è patrocinata dalla Fondazione Santa Lucia di Roma.

Riavvicinarsi alla passione per lo sport
Partecipare alla maratona per me è una nuova sfida e una grande emozione perché sono un ex sportivo e, grazie all'esoscheletro, posso riavvicinarmi al mondo dello sport” spiega Carmine, 27 anni, che ha perso l'uso delle gambe nel 2012 dopo un incidente con la moto. "Se sono arrivato fin qui devo ringraziare anche il personale medico e ingegneristico che mi ha seguito e mi è stato vicino durante il mio percorso" ci tiene a sottolineare.

Adesso Carmine usa l'esoscheletro ogni giorno e racconta in che modo la sua vita quotidiana è cambiata: "Invece di passare la giornata seduto sul divano o in macchina, riesco a stare in piedi dalle 8 alle 11 ore al giorno, a gestire la salute del mio corpo, il tempo e gli impegni in modo diverso”.  

La Maratona di Carmine e Nicoletta
Carmine e Nicoletta percorreranno Viale delle Terme di Caracalla, per 1 km circa, mostrando l’uso dell’esoscheletro. Grazie ad esso persone affette da paraplegia possono passare, senza alcun aiuto, dalla posizione seduta a quella eretta e viceversa, camminare a una velocità di 3 Km/h (quella di una persona normodotata è 4,5 Km/h) e salire le scale. Risulta invece più difficile affrontare discese e terreni sconnessi.

L’impatto psicologico
Consentendo a soggetti paraplegici di tornare in piedi e muoversi, l’esoscheletro ha un impatto significativo anche dal punto di vista psicologico: “Soprattutto nell’interazione con altre persone, pensiamo a cosa significa poter tornare a parlare a pari livello di sguardo, oppure muoversi, sedersi e alzarsi in uno spazio, con altre persone, esattamente come fanno gli altri presenti” spiega il dottor Marco Molinari, Neurologo Primario e Responsabile Progetti Esoscheletri della Fondazione Santa Lucia IRCCS.
 
Come funziona
L'esoscheletro in questione è composto da uno zaino da portare sulle spalle, all’interno del quale si trova la batteria di alimentazione dei motori elettrici che comandano le articolazioni delle anche e delle ginocchia, consentendo il movimento. Questi motori sono controllati da un sistema computerizzato, anch’esso situato nello zaino. Per utilizzare l’esoscheltro sono necessari due bastoni canadesi. L’apparecchiatura viene attivata da un sensore posizionato nella parte superiore-anteriore del corpo che registra i cambiamenti del centro di gravità della persona: quando il soggetto si inclina in avanti induce l’esoscheletro al movimento, quando invece riduce la proiezione in avanti lo ferma. Il sistema ha un’autonomia di funzionamento di 8 ore e un peso di 18 kg.



Chi può utilizzare l’esoscheletro

Attualmente l’esoscheletro utilizzato da Carmine e Nicoletta viene testato su persone con lesione mielica inferiore alla vertebra D4 (all’altezza del torace), che abbiano un’altezza compresa tra 1,45 e 1,95 metri. L’apparecchiatura è disponibile in due versioni: una per i centri di riabilitazione, da utilizzare durante il trattamento riabilitativo, e una personalizzata, utilizzabile nella vita quotidiana, in modo autonomo, dopo che il paziente ha concluso il training (cioè l'"addestramento" all'uso).
 
La principale sollecitazione che impone alla persona che lo indossa per la prima volta è di imparare ad assecondare con il proprio corpo il ritmo di movimento dell’esoscheletro e di acquisire le modalità di controllo del mezzo – spiega il dottor Molinari -  Sono chiamate molto in causa le spalle, le braccia e la parte superiore del tronco. Quanto più alta è la lesione della spina dorsale, tanto più è importante la forza delle spalle e delle braccia che la persona applica, per mantenere l’equilibrio e assecondare il movimento della macchina”.
 
Caratteristiche del training per imparare a camminare con l’esoschletro
Il training – che in Italia viene svolto solo in 6 in strutture specializzate  - dura dalle 16 alle 20 lezioni. La prima serve a prendere le misure e regolare l’esoscheletro sul corpo della persona. Nelle successive 4 lezioni il paziente viene portato in piedi e riacquisisce il senso della posizione e dell'equilibrio. Contemporaneamente, il suo sistema circolatorio si riabitua alla postura eretta. A partire dalla quinta lezione la persona muove i primi passi. L'obiettivo minimo del training, nell'arco di due mesi, è di portare il paziente a camminare per 200 metri in autonomia. Il percorso è personale e gli obiettivi raggiungibili dipendono anche dalla lesione e dalla corporatura del soggetto.
 
Le ricadute positive dal punto di vista fisico
L’esoscheletro, rimettendo la persona in posizione verticale, ha importanti ricadute positive anche dal punto di vista fisico – spiega il dottor Molinari - Il nostro corpo è pensato per stare in posizione eretta e camminare, quindi tutti gli organi si giovano della stazione eretta. Tornare sulle proprie gambe – aggiunge - restituisce per esempio naturalezza all’attività cardiaca e alla circolazione sanguigna, alle funzioni intestinali e sfinteriche. Dal punto di vista neurologico – continua - la stimolazione ritmica del sistema neuromotorio degli arti inferiori offerta dall’esoscheletro permette di mantenere in funzione quei circuiti non più collegati con il cervello a causa della lesioni, favorendo il mantenimento del tono fisiologico muscolare e riducendo quindi il rischio di complicanze, frequenti nelle lesioni midollari, come spasticità, deformazioni articolari e clonie”.
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