ITALIA
Intervento del Presidente della Rai al convegno sul futuro della rete
Tarantola: Making the difference, il primo comandamento per chi fa servizio pubblico
La missione della Rai è quella di fare la differenza rispetto ai privati. Come? Creando un valore culturale, economico e sociale attraverso otto linee guida

Un vulnus da colmare
Nel nostro ordinamento, quindi, c’è un vulnus che andrebbe colmato. Ma qual è, quale dovrebbe essere la missione di un media di Servizio Pubblico? La risposta non è semplice anche perché la missione non può prescindere dal contesto nazionale in cui il Servizio Pubblico è chiamato ad operare. Un elemento però è fondamentale ed uguale per tutti: "Making the difference", questo è il primo comandamento cui deve rispondere qualsiasi servizio pubblico radiotelevisivo ed oggi – nel mondo multipiattaforma e digitale – qualsiasi media di servizio pubblico.
Making the difference
Purtroppo in Italia, negli ultimi vent’anni, si è spesso cercato di dimostrare il contrario e cioè che la RAI è come i suoi competitors, che i suoi programmi sono intercambiabili con quelli della concorrenza. E purtroppo questa posizione è stata fatta propria in passato anche dalla RAI stessa, nella rincorsa all’audience ed agli introiti pubblicitari. Ed invece no. Non può esser cosi. Con fatica e sacrificio abbiamo rinunciato a programmi costosi ma di grande successo, a qualche "reality show" di fama internazionale, perché non li ritenevamo "consoni" alla missione del Servizio Pubblico. Crediamo che i cittadini abbiano percepito questi segnali di "diversità" e discontinuità rispetto al passato, anche prossimo.
Meno reality show
Noi non abbiamo altra scelta che "fare la differenza" rispetto all’offerta dei privati. Non solo rispetto alle tv commerciali (che hanno come primo, rispettabile scopo quello di far profitto vendendo agli inserzionisti il "tempo di attenzione" dei loro telespettatori) ma anche rispetto alle TV a pagamento (che hanno per scopo, anch’esso rispettabile, di fare profitto e di fornire un’offerta su misura ma solo a chi se la può permettere), nonché (ai giorni nostri) rispetto al mondo di Internet, dove alcuni giganti mondiali, non rispettano la privacy dei cittadini e vendono non più "tempo di attenzione" agli inserzionisti, ma addirittura la vita privata e le informazioni più intime degli internauti al migliore offerente.
Come fare la differenza?
La RAI, come qualsiasi altro servizio pubblico, deve essere "differente" e deve anche apparire ed esser percepita come tale dai cittadini. Essere differenti quindi, ma come? Producendo cosa? Di quale genere, con quali linguaggi? Provo a rispondere riassumendo la “mission” del Servizio Pubblico in un solo concetto: creare valore per il proprio Paese, e quindi per tutti i cittadini, essendo differente. E qual è questo valore? Sarebbe facile rispondere che si tratta di un valore essenzialmente culturale, ma non è così, perché è anche valore economico e sociale.
Otto linee guida
La cultura c'entra – moltissimo – ma la risposta, è più articolata e si declina in almeno otto categorie di valori:
Rafforzare l’identità e la cultura nazionale. È una sfida interna al Paese, che riguarda la valorizzazione e l’amalgama delle vitalità locali e regionali, il rafforzamento della coesione sociale, la costruzione di un immaginario nazionale che poggia sulle differenze storiche dell’Italia; ed è al tempo stesso una sfida proiettata verso l’esterno. Perché oggi più che mai l’identità e la cultura nazionale dell’Italia non hanno senso se non si inseriscono in contesto europeo, mediterraneo, internazionale, di tolleranza, pace e cooperazione.
Favorire la formazione di una cittadinanza attiva e consapevole agevolando il processo di apprendimento di competenze e conoscenze e quindi lo sviluppo del senso critico, civile ed etico della collettività nazionale in modo da consentire a ciascun cittadino di potersi autonomamente formare opinioni ed idee, assumere consapevolmente le decisioni e partecipare attivamente alla vita del Paese. Questi sono obiettivi primari della scuola, ma il Servizio Pubblico può svolgere un ruolo importante. Può collaborare, come già fa la Rai, con il MIUR nel processo di alfabetizzazione delle lingue straniere, del linguaggio matematico, della digitalizzazione, per citarne alcuni. (E questo può essere conseguito con i programmi educativi ma anche con l’informazione e l’intrattenimento).
Assicurare, rendere disponibile e difendere l’universalità e la gratuità di accesso. Ciò significa raggiungere con la propria offerta di contenuti e di messaggi tutti gli strati, i segmenti e le varie componenti della società, senza esclusioni, dovunque, nella molteplicità delle forme divulgative, dei generi e dei linguaggi moderni, sulle differenti piattaforme dell’universo digitale. Battendosi quindi per assicurare anche in futuro la distribuzione gratuita dei segnali radio tv attraverso l’etere, il riconoscimento del ruolo sociale imprescindibile dei media gratuiti, l’accesso alla rete ed all’informazione generalizzato anche nelle aree rurali e nelle zone economicamente depresse. Insomma, dare a tutti, non solo alle élite, la stessa possibilità di accesso. Rivolgersi a tutti, nessuno escluso, è un valore immenso, senza prezzo.
Coltivare e servire l’interesse generale anche nel nuovo ambiente digitale adeguando la propria offerta e distribuzione tenendo conto dei comportamenti reali dei cittadini e delle loro attese espresse e inespresse. I tempi e i modi con i quali l’utente comunica e fruisce la comunicazione sono veramente cambiati e continuano ad essere mutevoli. La Concessionaria deve continuare a innovare, continuare ad essere motore di creatività tecnologica e di prodotto. E l’innovazione va pensata in termini tanto di creazione di contenuti quanto di distribuzione degli stessi.
Proteggere e incoraggiare il pluralismo vale a dire dare voce a tutti, prestare attenzione alle diversità e rispettarle. Diversità di pensiero politico, genere, età, cultura, censo. In altre parole, avere cura per le differenze, per le ricchezze geografiche, etniche, linguistiche, religiose, per la varietà di opinioni, idee, esigenze, non dimenticando le minoranze in un’ottica di inclusione e coesione tesa ad affermare una società nazionale aperta e democratica. Pluralismo non è e non può essere solo dare voce ai vari partiti secondo regole aritmetiche, è molto di più.
Agevolare l’affermazione e la formazione di una cultura della legalità basata su corretti principi, sul rispetto della persona umana, sui valori della convivenza civile nel rigetto di ogni forma di violenza.Questi sei "valori" non si traducono in un vantaggio economico misurabile, ma hanno un rilievo molto importante per il Paese, perché ne accrescono il capitale umano e sociale.
Ma un media di Servizio Pubblico ben gestito crea anche valore economico, sostiene tutta la filiera audiovisiva dalla produzione di fiction, ai film, ai cartoni animati. In particolare contribuisce al finanziamento delle produzioni indipendenti incoraggiandone la creatività e lo sviluppo; sostenendone l’occupazione. Per dare un’idea dell’impatto economico di questo contributo basti pensare che la Rai nel biennio 2012-2013 ha investito circa 700 milioni di euro nel sostegno della produzione indipendente italiana ed europea. Una cifra decisamente superiore a quella dei nostri concorrenti. L’EBU – anche su mio stimolo – sta avviando una ricerca per quantificare il valore economico prodotto dai Servizi Pubblici europei.
Infine ma non ultimo, la presenza del Servizio Pubblico garantisce la concorrenza in un mercato che tende alla concentrazione. Non lo si ricorda mai abbastanza ma è proprio l’esistenza di un Servizio Pubblico solido e di consistenti dimensioni che favorisce la competizione nell’industria dell’audiovisivo e la spinge verso più alti standard di qualità.Molte di queste categorie sono contenute nella Carta dei valori redatta dall’European Broadcasting Union (EBU) e sottoscritta da tutti i Media di Servizio Pubblico europei, Rai inclusa. Questi valori, proprio su mia esplicita richiesta, sono stati richiamati nel Preambolo del Nuovo Contratto di Servizio da stipulare tra il Ministero dello sviluppo economico e la RAI, per il triennio 2013-2015.
La missione del Servizio Pubblico deve essere condivisa in tutte le sedi, deve avere una legittimazione ufficiale, attraverso una precisa definizione legislativa, non può essere messa in discussione o cambiata ad ogni rinnovo di contratto, deve essere cogente per il concedente e per la concessionaria. Nello stesso tempo è opportuno che la previsione normativa sia sintetica ed incisiva in modo da guidare chiaramente l’operato della concessionaria lasciando sufficienti margini di flessibilità.
Maggiore è la condivisione, più forte e generalizzato è il consenso sul perché del Servizio Pubblico, sulle sue finalità e sui suoi obiettivi di fondo, meglio è per l’intera società nello spirito della più completa trasparenza. Ribadisco, la missione deve avere una legittimazione ufficiale, deve entrare nella normativa e – cosa forse ancor più difficile – deve avere una legittimazione dai cittadini.
Il compito della concessionaria è quello di dare attuazione alla missione attraverso la migliore offerta di tutti i generi, l’uso dei linguaggi più adeguati e tecnologia di avanguardia, e la presenza su tutte le piattaforme, puntando ad essere una media company efficiente, efficace, innovativa. Per questo le viene conferito il canone.
Il perseguimento della missione come sopra declinata è quindi il modo attraverso cui il media di Servizio Pubblico restituisce in termini di valori i mezzi finanziari ricevuti dalla società. Se la missione è chiaramente definita la sua attuazione è più agevole e soprattutto meglio controllabile. Si può così innestare un circolo virtuoso. La legittimazione e previsione normativa favorisce il corretto operato della concessionaria in termini di qualità dei contenuti, diversità, innovazione, pluralismo e universalità e il conseguimento di queste caratteristiche a sua volta alimenta la fiducia dei cittadini che legittimano il Servizio Pubblico.
Migliorare il contesto normativo
È giusto pretendere che Rai sia ben gestita, usi correttamente le risorse pubbliche, persegua nel miglior modo possibile la sua missione e renda conto del suo operato. Ma è anche necessario che il contesto normativo in cui è chiamata ad operare non renda difficile tale compito, al contrario ne agevoli il perseguimento.
Perché ciò avvenga sarebbero opportuni quattro interventi:
Il primo riguarda la natura giuridica della Rai. La migliore soluzione sarebbe quella che consente all’Azienda, un’azienda che è anzitutto un editore multipiattaforma, di poter stare sul mercato in un contesto di campo di gioco livellato.
Il secondo concerne le disponibilità finanziarie che devono essere appropriate, vale a dire proporzionate alla realizzazione della "mission" e soprattutto pianificabili nel tempo. L’Italia è uno dei pochi Paesi in Europa dove le risorse del servizio pubblico vengono decise il 1° dicembre dell’anno prima (in tempo per stampare i bollettini di pagamento del canone) o addirittura, com’è successo quest’anno, a maggio dell’esercizio in corso. In Gran Bretagna, Germania, Svezia le risorse sono stabilite con due anni di anticipo sulle scadenze e per periodi di tre anni ogni volta. In Germania – come ci è stato spiegato qualche giorno fa in un convegno organizzato da Eurovisioni – un’autorità indipendente con pieni poteri ed autonomia stabilisce l’importo esatto degli aumenti del canone. La certezza delle risorse consente di pianificare il palinsesto e gli investimenti in prodotto e tecnologie ed è essenziale per la realizzazione della missione.
Il terzo riguarda l’indipendenza editoriale e operativa: la normativa deve riconoscere e garantire l’indipendenza da qualsiasi indebita intromissione o influenza meta-aziendale, che si tratti dello Stato o di altri soggetti. In un regime di elevata concorrenza nazionale e internazionale qualsiasi scelta deve essere di tipo aziendale/editoriale/valoriale, mai meta-aziendale. "L’indipendenza – ha riconosciuto il Consiglio d’Europa – è il principio chiave di qualsiasi organizzazione di media pubblici".
Ma per essere indipendenti occorre anche un adeguato sistema di "governance" in termini di organi di controllo, di modalità di nomina del Consiglio di Amministrazione, di composizione e funzionamento dello stesso. RAI è oggi sottoposta a sette ordini di controllo (Parlamento, Ministero dello Sviluppo Economico, Ministero dell’Economia e delle Finanze/Azionista, AGICOM, AGCM, Corte dei Conti, società di revisione) in parte sovrapposti fra di loro sia nell’ordine temporale che nelle funzioni.
Il Consiglio di Amministrazione riflette la composizione delle forze politiche in Parlamento e nel Governo, il suo funzionamento è condizionato da incertezze nei ruoli e responsabilità. Non è forse il migliore esempio fra i tanti modelli esistenti in Europa. Auspico che il nuovo assetto che si sta delineando in vista del rinnovo della Concessione semplifichi la catena di controllo, modifichi la modalità di nomina del Consiglio ponendo attenzione anche alla sua composizione che deve essere diversificata per genere, età e competenza e chiarisca bene i ruoli e le responsabilità di tale organo al suo interno e rispetto a quelli dei vertici gestionali.