MONDO
Il cortometraggio di un giovane siriano
Siria, ecco Aleppo come non l'avete mai vista
Orwa al Mokdad è un 29enne di Deraa e attraverso Bidayyat, ong siriana, mostra in "Being Good so Far" quello che, secondo lui, "non si vede sui media". Di sé dice: "Non sono un turista, né un giornalista. Sono un cittadino siriano e questa è la mia rivoluzione"

Qual è la tua storia, Orwa?
Ho 29 anni, sono di Deraa ma sono cresciuto a Damasco. Ho lavorato come giornalista e scrittore. Come ogni siriano, ho partecipato alla rivoluzione sin dall'inizio: ho filmato le manifestazioni a Damasco e anche a Deraa. Per questo mi hanno imprigionato nel carcere di Al Mazzah, a Damasco. Quando mi hanno rilasciato, ho capito che i media arabi e quelli internazionali non mostravano quello che stava succedendo in Siria. Mostravano solo quello che gli faceva comodo. Così ho deciso di girare un film su quello che stava succedendo, su quello che stavo vivendo sul posto. Ho lasciato la Siria nel 2012 per questioni di sicurezza, prima verso Amman, poi sono andato a Beirut. Con la liberazione di Aleppo sono tornato in città e ho girato la prima parte del documentario: è stato toccante riprendere i volti delle persone, dei soldati dell'esercito siriano libero, vedere la gioia delle persone:
Perché hai scelto Aleppo?
Ci sono tornato qualche mese dopo la mia prima visita e ho deciso di star qui per essere parte della rivoluzione e raccontare una città che non era coperta dai media. Ma ci sono stati molti ostacoli, soprattutto da quando è arrivato l'Isis: ha svuotato la città di qualsiasi attività civile, hanno preso di mira le aree liberate di Aleppo con oltre 20 attacchi al giorno. (Ndr: Bidayyat ha anche prodotto molti cortometraggi satirici sull'Isis, qui ce n'è uno). Dopo qualche tempo sono tornato ancora, e nonostante tutto, nonostante la città fosse orribilmente distrutta, comunque le persone insistevano a viverci e a sopravvivere sotto le peggiori condizioni possibili. Ecco come è nata la seconda parte del documentario:
Come hai fatto a girare in una zona così pericolosa?
In realtà non sono proprio un regista, anche perché girare film richiede un produttore, il supporto dei media. Non sono cose disponibili. Così ho girato usando il mio punto di vista, come una persona che appartiene alla città, come uno dei cittadini di Aleppo. Gli intellettuali, gli artisti... Solo pochi tra loro hanno partecipato alla rivoluzione col loro lavoro perché credono nell'arte fine a sé stessa. Io sono solo un cittadino siriano comune, parte della rivoluzione. Ecco perché ho girato. A un soldato non si chiede come ha fatto a tenere in mano un'arma, e combattere al fronte. Lo fa e basta.
Perché secondo te la gente non ha lasciato Aleppo?
Non so se sono capace a rispondere a questa domanda. Ma penso che la civiltà è connessa alla volontà delle persone di vivere e sopravvivere. Aleppo è una delle città più antiche al mondo, così mi sono chiesto: come ha fatto a sopravvivere a tutte queste guerre? Nei miei film c'è la risposta: le persone combattono, ad Aleppo, combattono per sopravvivere e vivere ed è questo che salverà la città e la sua cultura e non verrà cancellata come è successo per molte altre civiltà. La gente ha poi deciso di rimanere per vivere libere, perché a pochi chilometri ci sono le aree controllate dal regime. La gente preferisce star qui perché è libera e non solo da Assad, ma da tutto un sistema.