MONDO
Ebrei italiani che si trasferiscono in Israele
Ebrei italiani in Israele, Michele Disegni: "Non tornerei in Italia"
Ne parla spesso con la moglie, Michele Disegni, ingegnere livornese di 30 anni: oggi, dopo 5 anni, ha un lavoro che in parte è il naturale proseguimento dei suoi studi

Perché il primo lavoro è stato proprio in una società che fa businness online?
Per gli olim è l’ideale, lo fanno moltissimi italiani, francesi, sudamericani. In ufficio si parla inglese o ebraico ma i clienti sono all'estero e questo è l'ideale perchè ci si rapporta nella propria lingua madre, offrendo un plus all'azienda stessa. L'online in Israele è molto sviluppato e in media lo stipendio, anche al primo impiego è alto, tra i 2 e i 3 mila euro al mese, a seconda della compagnia, anche se non si parla correntemente ebraico. Io ero soddisfatto ma era comunque un lavoro non legato al mio percorso di studi.
E ora di cosa ti occupi?
Da giugno scorso, dopo quattro anni, ho trovato la situazione ideale. Lavoro in una piattaforma di scommesse online e mi occupo di marketing, uno dei rami del mio settore che mi piacciono di più.
Guadagni bene e fai il lavoro per cui hai studiato, uno scenario difficile in Italia in questo momento. Avere un lavoro sicuro ti ha dato la spinta a progredire anche nella vita privata?
Ne parlo spesso con mia moglie. Se fossimo tornati in Italia – due anni fa ci abbiamo pensato seriamente – adesso sicuramente non avremmo un figlio perché non sapremmo come mantenerlo.
Cosa ti ha spinto a fare l’aliyah?
Sicuramente la motivazione ideologica – Israele e l’Italia per me sono come due genitori - è forte ma ha pesato moltissimo anche quella economica. A 30 anni oggi ho un lavoro, posso mantenere mio figlio, pianificare il domani.
In quanto nuovo israeliano con un figlio che vantaggi hai?
Oltre a quelli comuni a chi fa l’aliyah ho una tassazione più leggera e un contributo extra perché ho un figlio a carico. In più, in generale, il welfare è molto buono.
Israele ovviamente permette di vivere appieno la quotidianità della propria religione: rispettare lo shabbat, mangiare kosher, per fare qualche esempio. In Italia era lo stesso?
Quando due anni fa pensavamo di tornare in Italia ho fatto un colloquio per una società di consulenza: mi avrebbero preso se non avessi chiesto di rispettare lo shabbat. Mi ero offerto di recuperare le ore durante la settimana o di usare dei permessi, ma non c’è stato nulla da fare e sono stato scartato. Per me è stato tremendo. Oggi invece non devo più lottare per un diritto come professare la mia religione.
Sei mai stato discriminato in quanto nuovo israeliano?
Mai. Anzi, all’inizio, quando ero appena arrivato e si notava subito che non parlavo bene l’ebraico, un giorno ho fatto un gita nel nord nel Paese e mi hanno subito chiesto se avessi fatto l’aliyah. E quando ho detto sì mi hanno subito detto “Benvenuto in Israele”.
Secondo te Israele ha bisogno di questa immigrazione dall'Europa?
A livello politico avere giovani che arrivano dall’Europa può dare dei vantaggi ad uno Stato che in un paio di generazioni teme di vedere i non-ebrei superare numericamente gli ebrei, ma credo che l’accoglienza sia molto legata al principio della multiculturalità e dell’arricchimento del tessuto sociale.
Tu vivi a Tel Aviv. Come è la comunità italiana? State spesso tra di voi?
Abbastanza numerosa, a frequentare assiduamente il tempio siamo in 500 e stiamo cercando anche di fare partire altre attività, per i bambini ad esempio. La maggior parte del mio tempo libero lo passo con gli italiani, alcuni li conoscevo da prima e li ho ritrovati in Israele. Non perché ci escludano, più che altro perché è più semplice.
Torneresti mai in Italia?
Per ora mi sento di dire di no, anche se non lo escludo a priori. Qui la qualità della vita è alta, posso immaginare un futuro per la mia famiglia e ho un buon lavoro. E poi, volendo aggiungere un dettaglio, a Tel Aviv c’è il mare e ce lo possiamo godere per otto mesi l’anno.