Original qstring:  | /dl/rainews/articoli/il-paesaggio-come-sfida-la-piccola-musica-del-paesaggio-1b8b346a-9919-4817-abb1-8bb386af450f.html | rainews/live/ | true
CULTURA

Intervista a Fabio Di Carlo

Il Paesaggio come sfida: la piccola musica del paesaggio

Con i suoi 82.500 ettari di aree verdi, Roma è il Comune più verde d’Europa. Ma non sembra. La fruibilità dei suoi parchi è scarsa, quando l’incuria non regna sovrana.  Per non lasciare le cose come stanno, un colloquio alla Facoltà di Architettura di Roma, il 3 e il 4 marzo accenderà i riflettori sul paesaggio: per denunciare lo scandaloso stato in cui versa il territorio nel nostro Paese,  per promuovere una politica di lancio di nuovi progetti e per ricordare che su un paesaggio sano si fonda la democrazia. 

Lawrence Halprin, Keller Fountain Park, Portland (Usa) (Victorcmyk/Wikipedia)
Condividi
di Laura Mandolesi Ferrini “E poi finalmente si arriva ad un consenso, che ti fa capire esattamente cosa va fatto, a quel punto consegnano tutto a me e io disegno. Quando dico che disegno intendo dire che disegno il senso, quello filosofico”.  Lawrence Halprin (1916-2009)

Il grande paesaggista americano, fra i numi tutelari della due giorni romana, “Il Paesaggio come sfida”. Oltre a ricordarne il centenario dalla nascita che ricorre quest’anno, ci si augura che quella sua attenzione alla condivisione degli spazi pubblici diventi anche da noi consapevolezza, progetto politico, identità.  E in nome di quei paesaggisti del Novecento che, come Halprin, hanno saputo unire le loro realizzazioni  a una sensibilità civile e ambientale, gli architetti e i ricercatori riuniti a Roma lanceranno proposte, idee e provocazioni, intorno a tre punti principali: la comprensione dell’habitat e del nostro benessere, la definizione di processi progettuali  associati alla tutela e all’innovazione e l’interazione fra opere, risorse umane e lavoro.  Argomenti cruciali del seminario saranno anche alcune proposte per la città di Roma. Ma per capire meglio perché le ragioni dei paesaggisti sono anche quelle di tutti noi, ci siamo rivolti all’architetto Fabio Di Carlo, professore associato di Architettura del Paesaggio all'Università di Roma, La Sapienza, promotore e membro del comitato scientifico de "Il Paesaggio come sfida".

Architetto Di Carlo, “Il Paesaggio come sfida” lancerà delle proposte da un presupposto molto chiaro: la crisi del paesaggio non è un effetto, ma una concausa della crisi economica e finanziaria. E questa, più che una crisi è una mutazione permanente che investe tutti noi. Saper leggere il paesaggio aiuta veramente a capire queste trasformazioni?  E in che modo?
La lettura di un paesaggio equivale alla comprensione della società che lo determina o lo gestisce. Siamo soliti dire che i paesaggi di una società ben rappresentano i suoi livelli di democrazia e di potere, oltre che la sua cultura. Il paesaggio è espressione di tutto ciò e le sue qualità e condizioni, nella bellezza o nel degrado, manifesta le relazioni tra ambiente fisico, società civile e potere - politico, economico, religioso, mafioso o di società collettive evolute -. Analogamente i giardini possono esserne il momento di sperimentazione e di esercizio all’innovazione. Ogni paesaggio deve essere considerato quindi come un prodotto culturale e come l’espressione, positiva o negativa, di come attori e poteri dialogano con un territorio. In questo senso la lettura dello ‘stato di salute’ di un habitat coincide esattamente con una fotografia di equilibri e disequilibri tra le componenti sociali e ambientali. Paesaggio come diritto fondamentale, ma anche come dovere, nel senso di cura che ognuno deve ai propri paesaggi.
Forse la crisi recente ci ha fatto entrare in una fase in cui credere nelle grandi trasformazioni sarà sempre più difficile. Ma è presto per saperlo. Ma in termini ambientali le grandi mutazioni sono anche la sommatoria di infinite azioni puntuali. Quello per il territorio italiano è un ‘grande progetto’ fatto di una sommatoria di interventi? Ma l’indotto creato da Rio Madrid, realizzato in piena fase di crisi, come della High Line, come fu trent’anni fa con il Parc de la Villette, dimostrano proprio che il presupposto ha un fondamento serio: l’investimento ben programmato sul paesaggio, anche apparentemente molto oneroso – l’operazione Rio Madrid è costata circa 2,5 miliardi di euro – è capace di produrre effetti positivi molto più ampi delle risorse utilizzate. Parallelamente i progetti sperimentali costruiscono nuovi know-how diffusi, di tecnici, produttori e imprese, che sperimentano soluzioni innovative e procedure attuative. Piccoli o grandi che siano i progetti, sono passaggi di grande rilievo.

Punto di partenza necessario per promuovere una politica di pianificazione, è la conoscenza del  panorama internazionale, le cui opere paesaggistiche hanno mostrato “come il paesaggio possa liberare delle risorse straordinarie”. Come i consolidamenti dei sistemi idrogeologici, la raccolta e la trasformazione dei rifiuti, i processi di rigenerazione di ambiti urbani e non urbani. L’architettura del paesaggio si va avvicinando all’ingegneria naturalistica?
Le relazioni tra paesaggio e ambiente, tra progettazione del paesaggio e dell’ambiente sono molteplici e di lunga data, almeno da Ian McHarg, nel 1969, con il suo Design with Nature, fino alle espressioni più recenti del Landscape Urbanism, di cui James Corner (tra gli autori della High Line, oltre che dell’intervento di riqualificazione della ex discarica di New York, il Freshkills Park) è uno dei principali esponenti. Sul piano teorico c’è tutta una riflessione che arriva a definire il paesaggio come manifestazione visibile delle relazioni tra sistemi ambientali, ovvero il paesaggio come visione dell’ambiente. Una definizione quasi scientifica, che però tiene poco conto degli aspetti immateriali ed estetico-qualitativi del paesaggio. Una visione molto condivisa in molta tradizione nord europea, dove sostanzialmente i termini spesso coincidono, dove però talvolta i caratteri quantitativi e ingegneristici prendono nel progetto il sopravvento, creando degli squilibri. Io mi sento di affermare che un’architettura del paesaggio moderna e consapevole è quasi sempre ambientalmente corretta. Non sempre accade il contrario e il progetto ambientale spesso si lascia imbrigliare dalla gestione dei dati oggettivi e partorisce soluzioni deterministiche, quale esito unico dell’interpretazione dei dati.
L’ingegneria naturalistica in realtà è uno strumento tra i molti utili a disposizione dell’architettura del paesaggio, che si affianca a molti altri, come la fitodepurazione di acque e suoli, l’uso dei marker ambientali, lo studio della botanica ambientale. Tecniche e scienze tutte di grande utilità, che ben mediano la ripresa di forme tradizionali di gestione fisica del suolo, con grandi capacità innovative. Molto nel nostro paese dovremmo dire nei prossimi anni come risposta alle fragilità, sempre più estese dei nostri territori, attraverso questo e altri strumenti per la gestione dei suoli e del loro degrado.
Le ‘risorse straordinarie’ cui noi pensiamo sono molto più ampie, almeno in due direzioni. La prima, proseguendo la risposta precedente,  è che speriamo quasi in New Deal, o meglio a un nuovo Rinascimento per il paese che passi attraverso il progetto di paesaggio, declinato in tutte le sue accezioni. La seconda è che il paesaggio, oltre a farsi motore economico di ripresa, sveli nuove attitudini dei luoghi a trasformarsi in attrattori di interesse. Basta solo pensare a quello che è successo a molte città che dopo la creazione di architetture celebri, hanno visto trasformarsi in loro luogo nella geografia delle rotte aeree internazionali, per capire quale potrebbe essere il portato di una tale rivoluzione.

La prima sessione del seminario ha un titolo intrigante: “Ouverture: la piccola musica del paesaggio”. Forse perché il paesaggio è fatto anche di suoni? Ci può spiegare meglio?
Questa domanda dovrebbe rivolgerla a Zagari. È uno specie di gioco tra noi, e lui ogni volta mi dà una risposta diversa, ma sempre parziale. L’idea che io mi sono fatto è anche quella che lei profila. Si, il paesaggio è fatto anche di suoni e di fonti sonore. Siamo abituati a pensare al paesaggio come qualcosa quasi solo da osservare. Ma in realtà la nostra percezione è spesso più sinestetica e tra gli stimoli che ci provengono dall’esterno, anche quello sonoro contribuisce a fissare un’immagine di un paesaggio. Suoni artificiali e naturali, emessi dall’uomo, dagli animali o creati dagli eventi naturali, si compongono con gli stimoli visivi, olfattivi, tattili e, talvolta, gustativi.
Mi piace però pensare che ‘piccola musica’ abbia un significato simile al ‘crescendo’ nella musica classica. Quasi un incedere, come nel Bolero, di una cultura del paesaggio che si fa strada, lenta ma inesorabile. Il paesaggio, che parte flebile e incerto, ma prende via via forza e presenza. Un auspicio, appunto.

Il seminario metterà a fuoco diverse singolarità, come quella che vede aggregazioni spontanee di cittadini promuovere progetti partecipati su aree abbandonate. Lei osserva come questi casi siano importanti strumenti di sensibilizzazione. Ma osserva anche l’assenza delle amministrazioni, “colpevoli” nel delegare a privati l’uso di un bene pubblico, appunto, il paesaggio. Ma poi, parlando di Roma, si domanda se “l’industria del turismo, come quella della moda, come lo stesso Stato Vaticano” possano “costituirsi in una nuova forma di mecenatismo per dare un nuovo impulso al paesaggio di Roma”. Non si rischia  però, anche in questo caso, di “surrogare la necessità di un pensiero politico”?
Questa è una questione centrale, il riposizionamento e i ruoli degli attori, nel paesaggio, come in architettura e nella città. Se il paesaggio reale è espressione di tutti gli attori e delle dialettiche che si instaurano tra loro, credo che una buona politica e gestione amministrativa debba essere capace di ascolto delle necessità, quanto di prefigurare degli scenari nuovi. E così esprimersi il pensiero politico, raccogliendo stimoli e organizzandoli in una proposta che includa una visione, anziché l’automatismo delle risposte alle emergenze. Il lavoro delle associazioni è fondamentale per un processo di condivisione di contenuti, quanto come fonte di ascolto di molte esigenze di base. Ma ha un ruolo ben definito in tutte le società avanzate. Per contro mi sembra che in Italia, e a Roma in particolare, tutto ciò stia diventando la valvola di sfogo di tutto quanto le amministrazioni non riescono più a fare. In questo senso rilevo sia un vuoto di pensiero politico e di programmazione, che è proprio della sfera di gestione politica. Ancora una volta la questione è politica: le amministrazioni esistono in quanto delegate, attraverso il voto, a prefigurare il funzionamento, la gestione e la trasformazione e il rapporto con gli altri attori del territorio non può che essere consultivo e non di delega. Solo così si possono ristabilire dei ruoli nel processo di definizione del progetto.
La seconda questione è un altro nodo che ritengo focale. Lungi dal pensare che un’altra forma di committenza possa sostituirsi a quella pubblica, ritengo che esista un dovere quasi ‘etico’ da parte di quanti traggono beneficio per le loro attività dal trovarsi in un luogo privilegiato, di qualità. Non penso ad un nuovo tributo. Credo che al contrario potrebbe essere un reale investimento, al pari degli altri che ogni impresa nel curare l’immagine che li rappresenta: si nutre un luogo come si nutrono le piante, affinché diano frutti migliori.

Durante il colloquio verranno presentate quattro proposte per la capitale: parchi lineari, Acque di Roma, rinnovo del patrimonio dei parchi naturalistici e archeologici, nuovi grandi “attrattori di paesaggio” nella città. Ci può anticipare almeno un esempio concreto?
Alcune ipotesi, come quelle dei “Parchi lineari per Roma’ hanno già avuto dei primi passaggi di riflessione all’interno della scorsa Biennale dello Spazio pubblico 2015. Il tema è la costruzione di visioni alternative della città, secondo prospettive diverse e in un’ottica di sostenibilità. La questione delle “Acque di Roma” vuole riportare alla ribalta del paesaggio della città un elemento che l’ha sempre fortemente caratterizzata. Al contempo vuole dare una risposta ai temi del rischio idrogeologico che, complici i cambiamenti climatici, si fanno sempre più pressanti. Riflettere sui “nuovi focus urbani” significa sia una sfida alle procedure attuative, sia l’individuazione di nuove polarità attrattive. Pensiamo a cose diverse. Al recente concorso per Corviale, ma anche alla creazione di poli che si contrappongano alla polarizzazione di altri attrattori, quali i centri commerciali, ad esempio. Infine il rinnovo del patrimonio esistente, storico, archeologico ma anche moderno. Abbiamo dei luoghi eccezionali, urbani e periurbani, che giacciono nel torpore e talvolta nell’oblio, per la scarsa fruibilità e l’esigua offerta di attività. Per contro tutto il mondo ci mostra come parchi e giardini storici siano al contempo oggetto di attenta conservazione assieme all’inserimento puntuale di novità. Nuovi elementi – come la fontana di Lady Diana e gli allestimenti della Serpentine Gallery rinnovati ogni anno a Hyde Park a Londra – che semplicemente danno nuova vitalità ai luoghi.

Fra gli auspici, uno per tutti: quello che “emergano nuovi fari, qualche individuo o gruppo che raccolga attorno a sé sinergie e attenzione per porre il paesaggio tra le priorità del Paese”.  Ma nella situazione attuale italiana, non sarebbe come avere dei fari in un deserto? Corajoud quando ha realizzato il Parc du Sausset aveva intorno  a sé un apparato pubblico forte ed efficiente con cui ha interagito. Ma in Italia come si sarebbe trovato?
In Italia – ammesso che esista un’unica Italia anche in questo – gli interventi di paesaggio degni di nota per dimensione, impatto sperimentalità, dal 1945 ad oggi, ne abbiamo avuto piuttosto pochi. Di certo Corajoud e Simon lavoravano in un contesto di paese forte, con una conduzione chiara. Ed era l’inizio di quella stagione dei Grands Projets, che non si è ancora del tutto spenta, che ha investito Parigi, ma anche più recentemente, altre città come Marsiglia e Bordeaux. Nella stessa stagione prendevano forma le idee del Parc della Villette, ma poco prima anche del Beaubourg e poco dopo della Biblioteca Nazionale di Francia. Ma la loro grandezza non è stata solo quella di progettisti ma soprattutto di aver ‘fatto scuola’, di aver diffuso il paesaggio nella cultura del paese rendendolo indispensabile. E di aver riportato alla ribalta l’importanza del fare paesaggio, come lo era stato nella creazione delle grandi residenze nobiliari o nelle grandi trasformazioni ottocentesche, che videro in Parigi un nuovo importante sistema viario, ma anche la grande novità dei Bois, veri e propri Large parks, li chiameremmo oggi, che riflettevano l’ascesa della classe borghese. E Le Déjeuner sur l'herbe di E. Manet ce lo ricordano bene.

Restando al Parc du Sausset, Lei ha osservato che questo marca un “prima e un dopo” nella storia della progettazione paesaggistica. Possiamo pensare a un momento in cui in Italia si è realizzato qualcosa di tanto significativo?
Non sono uno storico, ma credo di poter dire che l’Italia, nel paesaggio come in architettura, non abbia generato ‘punti di non ritorno’ da diversi secoli. Rinascimento e Barocco ebbero quel carattere di novità e di impatto, anche figurativo, che si riconosce a simili opere. Abbiamo diverse opere di grande interesse per aspetti specifici, ma nessuna, mi pare, può assumere quei caratteri di universalità. Parc du Sausset si pose come punto di svolta per diversi motivi. Il primo per la sua capacità di ricucitura nei territori frammentati delle periferie, dove l’espansione edilizia non aveva ricostruito quelle continuità tipiche della città. Il parco ricuce anche delle infrastrutture e con la sua stazione ferroviaria al centro, diviene il luogo quasi obbligato del passaggio degli abitanti dei quartieri che lo perimetrano. Poi c’è la grande idea delle diverse forme del bosco che con le sue dinamiche di crescita definisce orizzonti sempre diversi e diviene luogo sicuro che accoglie le persone. Infine anche una grande sensibilità sul piano del linguaggio, tra tarda modernità e ingresso nella post-modernità. Ma potrei continuare a lungo.

La serie di trasformazioni proposte da “Il Paesaggio come sfida”, considera anche progetti sperimentali. Lei ricorda autori come Stig L. Andersson o Kathryn Gustafson che come molti altri “stimolano uno spostamento progressivo di traguardi da valicare”. Quali sono gli ostacoli da valicare in Italia per iniziare a produrre esempi che facciano scuola?
Molti. Forse il più grande è il complesso di colpa che deriva da una sorta di incapacità a produrre ‘bellezza’. Ogni amministrazione e regolamento sembra più volto alla conservazione statica e immobile di un patrimonio che sta andando in rovina proprio a causa dell’immobilità. Si conserva lo status quo temendo che il nuovo sia peggiore dell’esistente e che qualsiasi cosa ammantata di storia sia sempre un valore assoluto. Sembra, paradossalmente, che mentre tutte le società passate si siano espresse in merito alle forme del proprio lascito alle generazioni successive, a noi questa possibilità sia preclusa. A ciò si aggiunge l’idea che si è stratificata di una società tendenzialmente ‘truffaldina’, di abusivismo diffuso, ai quali tutta la cultura urbanistica del dopoguerra ha saputo rispondere solo in termini di vincoli, prescrizioni anziché descrizioni di possibilità (cosa non si può fare, anziché ciò che è possibile fare) o di standard quantitativi privi di ogni riferimento qualitativo (quanto verde per abitante, ma non quale caratteristiche per gli spazi pubblici) per cui, ad esempio Roma ha una percentuale di aree verdi tra le più alte d’Europa, ma la fruibilità e attrattività di molti spazi è bassissima, l’abbandono è diffuso, e non sono vissuti e riconosciuti dai cittadini come luoghi collettivi e di svago.

Non crede di aver disegnato un quadro troppo negativo della situazione? In questo modo sembra che nel nostro Paese  la figura del paesaggista sia quasi inutile. 
Al contrario credo che il nostro Paese abbia una necessità e un'urgenza di progetti di paesaggio e di paesaggisti, per riprendere una tradizione di cura dell'habitat e per creare una stagione di nuovi paesaggi.  E poi bisogna ricordare che ogni paesaggista è un ottimista per definizione, che spera ogni volta che realizza un’aiola che qualcuno se ne innamori e se ne prenda cura, o che ogni albero piantato possa svilupparsi in pieno e diventare un riferimento per figli e nipoti. Il paesaggio è una prospettiva di benessere, nello spazio e nel tempo.
Condividi