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TENDENZE

Intervista a Emanuela De Leo

Paesaggi cimiteriali, verso un Lastscape senza tabù

Visitare un cimitero può essere un’occasione dolorosa, fastidiosa o affascinante. E questo può dipendere da molte cose. L’architettura cimiteriale ha una grande responsabilità sul nostro modo di percepire il rapporto con la morte e con le molteplici emozioni che la circondano.  Emanuela De Leo è fra gli architetti che hanno questa consapevolezza. Per questo ha intrapreso un viaggio fra i cimiteri più diversi, trovando, oltre ai punti in comune, incoraggianti spinte verso l’innovazione.

Paesaggi cimiteriali europei
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di Laura Mandolesi Ferrini “Le modifiche al modo di costruire contemporaneo sono consentite soltanto se rappresentano un miglioramento, in caso contrario, attieniti alla tradizione. Poiché la verità, anche se vecchia di secoli, ha con noi un legame più stretto della menzogna che ci cammina a fianco”. Adolf Loos (1870-1933)

Scoprire dov’è la menzogna e dove la verità, è un compito per nulla facile. Ma se ci facciamo condurre dalle percezioni avvertite di fronte a certe architetture, possiamo intuire molte cose. Il senso di disagio provato all’interno di molti cimiteri urbani spesso si associa a condizioni oggettive di collasso ambientale. In Paesaggi cimiteriali europei, Emanuea De Leo sottolinea che gli attuali cimiteri sono “profondamente modificati da processi accelerati e dai fenomeni di espansione incontrollata della città”. Come le città, invasi dal cemento e dalla sovrabbondanza di segni, molti cimiteri hanno perso ogni legame con la loro storia, con il senso di pace che dovrebbero comunicare, e con la capacità stessa di trasmettere messaggi coerenti. Consci di questa frattura, molti architetti, paesaggisti e artisti, hanno cercato in questi ultimi anni di riscrivere un pensiero sulla morte attraverso progetti innovativi. E’ dove arriva il viaggio della De Leo, dopo aver attraversato i cimiteri “senza architetti” dell’Africa, le necropoli dell’antichità e i nostri cimiteri storici: là dove amministrazioni illuminate lo permettono, nascono e stanno nascendo spazi per la memoria completamente nuovi. Spesso “d’autore” ma sempre più frutto di un lavoro interdisciplinare, questi nuovi cimiteri abbandonano il vecchio modello di “campo santo”, e sembrano tornare a un antico respiro di sacralità: escono dai confini, trasformano lo spazio per i morti in parchi e giardini per i vivi. Si “aprono” al paesaggio insomma, interpretandolo e adattandosi agli stimoli da questo suggeriti. E’ all’estero che la rottura degli schemi appare più netta, come per il cimitero di Hoog Kortrijk, in Belgio, dove la simbiosi con il territorio è quasi totale. Ma non mancano esempi notevoli anche in Italia, come per il cimitero di Villanova, a Pordenone, dove “l’altezza del costruito non supera mai quella del mais”. Il cimitero “scompare” così nei mesi estivi, “nella massa verde della piantumazione (...) per riapparire dopo la mietitura”. Risiede forse in queste suggestioni quella verità “vecchia di secoli” di cui parla Loos, suggestioni figlie di quella cultura del costruire che ha plasmato nei millenni il nostro paesaggio e senza le quali sarebbe difficile oggi ripensare concretamente a delle soluzioni.

Architetto De Leo, la sua ricerca, Paesaggi cimiteriali europei, svela un panorama tutt’altro che statico. Persino nell’antichità i monumenti sepolcrali erano il risultato di innovazione e sperimentazione. E come lei sostiene, oggi “più che mai, città paesaggio, giardino e cimitero hanno inaugurato una dimensione completamente nuova per la progettazione”. E in Italia?
Anche nel nostro Paese, accusato più volte di essere rimasto ancorato ad un’ingombrante  tradizione storico-formale, stanno emergendo nuovi spunti di riflessione legati al tema dell’ultima dimora. Un inatteso filone compositivo tutto italiano,  fondato su rinnovati canoni estetici, testimonia l’inizio di una nuova stagione  stilistica. Con la stessa potenza  evocativa degli antichi sepolcri, la scuola italiana si muove verso un linguaggio architettonico-paesaggistico creativo, capace di rivitalizzare una situazione rimasta pietrificata e immobile troppo a lungo.
Una nuova epoca progettuale, orientata verso un’atmosfera positiva, ha prodotto nel nostro paese una seducente tipologia pronta a inseguire gli stimoli architettonici già acquisiti nel panorama europeo internazionale. L’ impianto cimiteriale si evolve, diviene progetto fatto di materia vibrante: luci e ombre si alternano per esaltarne la composizione volumetrica, una nuova e raffinata grammatica definisce gli spazi della sepoltura.

Non possiamo negare però che nel nostro Paese i sistemi cimiteriali sono al collasso. Gestioni non sempre avvedute, mancanza di spazi, problemi igienico sanitari, esigenze nuove, nate dai cambiamenti della relazione con l’idea della morte come dalla presenza dei nuovi immigrati, con le loro comunità religiose. Tutto spinge verso l’urgenza di un cambiamento che si scontra con un corpo normativo ancora carente. Come incidere su questa realtà?
La normativa italiana dovrebbe tener conto delle procedure degli altri paesi dell’Unione mettendo a fuoco soluzioni tecniche, tecnologiche e accorgimenti, finalizzati a fronteggiare l’attuale carenza di posti-salma nei cimiteri. Come sappiamo anche l’aspetto sperimentale e innovativo del linguaggio architettonico è fortemente dipendente dall’evoluzione della normativa vigente. Lo sforzo richiesto alla regolamentazione riguarda l’elaborazione di uno strumento legislativo capace di colmare i vuoti normativi in materia di confezionamento del tumulo e del feretro. Un altro sforzo che il nostro Paese deve fare riguarda l’esigenza di predisporre uno strumento capace di guidare l’installazione, la gestione e il funzionamento dei forni crematori. Vista come un processo industriale, in quanto genera combustione, la cremazione rende indispensabile l’inserimento di strumenti tecnologici e di controllo.

L’evoluzione dello spazio cimiteriale ha portato ad aprire i confini chiusi del tradizionale “campo santo” e a svolgersi verso un territorio libero. L’architettura dei nuovi cimiteri tende a fondersi con il territorio e a diventare un tutt’uno con esso. Come vede il progetto Capsula Mundi, un luogo sepolcrale dove l’unica architettura è quella degli alberi?
Trovo affascinante il progetto Capsula Mundi, l’idea di una sepoltura ecologica è una vera innovazione per lo scenario italiano. Il senso di custodia dei morti attraverso l’utilizzo di forme vegetali ci mostra come siano antichi e radicati nella cultura dei popoli i riti che uniscono l’uomo, la morte e la natura. Nelle varie credenze popolari risulta il principio che la terra è Madre e genera forme viventi, l’uomo che viene dalla terra in essa ritorna, rinascendo assieme alla vegetazione.
L’Italia, tradizionalmente in ritardo rispetto al nord Europa, avrà bisogno ancora di qualche anno prima di poter immaginare la realizzazione di un vero e proprio cimitero verde. Nel nostro Paese l’attenzione dedicata al tema del seppellire ha già inaugurato una nuova stagione i cui esiti cominciano già a svelarsi, quindi, fiduciosi aspettiamo di veder presto inaugurato il primo bosco della memoria.

Un esempio per tutti: il cimitero-parco di Igualada (Barcellona, Spagna). Un progetto che ha fatto scuola marcando, come lei scrive, “l’inizio di una nuova era”, attraverso la fusione fra l’elemento architettonico e il territorio. Ma c’è di più: il progetto ha ridato vita a un’area, una valle inquinata e deformata da materiali di rifiuto, quello che oggi chiameremmo un “terzo paesaggio”. Un grande salto rispetto  all’antichità, quando a sepolcri e necropoli venivano riservate aree sacre e fortemente cariche di simboli. Stiamo quindi assistendo a una rivoluzione anche per quanto riguarda la scelta dei luoghi da adibire agli spazi cimiteriali? E si può pensare a un nuovo cimitero come luogo principe per il ripristino ambientale?
La scelta dei luoghi da adibire alle sepolture è un tema attualissimo nelle nostre città. I vecchi impianti cimiteriale sono già al collasso e oggi più che mai c’è bisogno di sviluppare un modello tipologico-sepolcrale libero da ogni genere di tabù. Dentro il tessuto della città o immersi in una natura extraurbana i cimiteri soffrono di una generale mancanza di spazio per le sepolture. Rispetto al passato oggi ci troviamo di fronte a una maniera di progettare più libera, dove il peso più importante è sicuramente occupato dall’individuo, dalle sensazioni e dai sentimenti che l’architettura cimiteriale può risvegliare. Già da qualche decennio gli sforzi compiuti dai progettisti contemporanei, dimostrano un’assoluta libertà rispetto ai modelli del passato, in questo contesto non credo sia  “irriverente”  pensare di potersi riappropriare degli spazi abbandonati nelle nostre città trasformandoli in aree cimiteriali. Senza rinunciare alla valenza spirituale, mantenendo saldo il suo legame con la natura,  con progetti sperimentali o con modelli già testati, l’architettura cimiteriale potrà trovare uno spazio per la morte rinnovato.

Lei ha coniato la parola “Lastscape”, fondendo i termini “Last” e “Landscape”, l’ultimo paesaggio quindi, quello del passaggio verso la morte. Durante la sua ricerca ha visitato vari paesi, dalla Tunisia, al Mozambico, alla Germania, incontrando similitudini come modi diversissimi di vivere l’”ultimo paesaggio”. Ma al di là della lettura paesaggistica, com’è stato confrontarsi con le persone che frequentavano quei luoghi? Ci può raccontare un’esperienza, un ricordo?
Tante le persone incontrate in questi anni a passeggiare indisturbate tra i viali alberati di un campo santo, persone che, come nel più bello dei parchi ho osservato mentre leggevano un libro su una panchina con accanto le lapidi della città dei morti. Il nord Europa è sicuramente il luogo che con maggiore naturalezza fonde e intreccia la sua quotidianità con i giardini cimiteriali. Numerosi e ben tenuti, come piccoli “salotti buoni”, sono pronti ad accogliere lettori solitari, mamme con carrozzine e giovani innamorati.
I ricordi più belli sono però quelli custoditi tra le pieghe ruvide dei paesaggi africani.
Minuscoli fazzoletti di terra rubati alla città, luoghi essenziali in cui la gente con grande dignità difende la memoria dei propri cari.
Senza tabù gli uomini sdraiati accanto alle tombe, si riparano dal sole sotto l’ombra di un grande albero. Piccoli cimiteri senza recinti difendono la terra dei morti, essenziali e potenti, liberi da qualsiasi decoro e capaci di trasmettere un senso profondo di religiosità.

Natura e cultura che si amalgamano, confini che sfumano o scompaiono, spazi per i morti che diventano spazi da vivere per i vivi… i nuovi cimiteri rispecchiano una nuova mentalità che cerca di rompere schemi e tabù, muri e confini.  Scomparirà anche la rigida antitesi fra l’idea della vita e quella della morte?
Il grande cambiamento è già avvenuto! Il cimitero, riscattatosi definitivamente dalla funzione abbellitoria o di risarcimento igienico attribuitagli durante in XIX secolo, si trasforma oggi in un vero e proprio parco sepolcrale. Il nuovo modo di vivere il cimitero riconosce la complementarità dei due momenti che corrispondono al modo di porsi di fronte all’universo: lo spazio  della morte si trasforma in spazio della vita, per i vivi. Le esigenze affettive, poetiche e simboliche vengono rispettate e si uniscono alle esigenze del vivere, del guardare, del muoversi; il paesaggio è contemplato e vissuto, è religioso e laico, è immobile e dinamico, è silenzioso e caotico.
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