11/9. Storie di chi si è salvato: "Sopravvivere è solo il primo pezzo del viaggio"
Il racconto dei sopravvissuti tra speranze e cicatrici dell'anima
Quasi 3.000 persone hanno perso la vita negli attacchi terroristici dell'11 settembre. Oltre 33 mila sono riuscite a scappare appena in tempo dagli edifici colpiti. Si sono precipitate giù da scale invase dal fumo, sono scappate dalle fiamme ignare di quello che stava accadendo. Alcuni si sono mostrati agli obiettivi dei fotografi come fantasmi avvolti da una nuvola di polvere. Altri ancora sono stati liberati dalle macerie dopo ore e ore di attesa e speranza. Vent'anni dopo, i sopravvissuti dell'11 settembre portano cicatrici e il peso di domande senza risposta.
Will Jimeno, recluta dell'Autorità Portuale di New York e del Dipartimento di Polizia del New Jersey, è rimasto per ore intrappolato nel profondo delle macerie del World Trade Center e, dice, da lì non è mai uscito. Le ferite riportate hanno interrotto la sua carriera di poliziotto, spezzato il sogno che aveva da bambino. Soffre di disturbo da stress post-traumatico. La sua storia è stata raccontata in un film e ha scritto due libri su come andare avanti. "Una delle cose che ho imparato'', dice Jimeno, "è non mollare mai". Sepolto nell'oscurità, Jimeno era pronto a morire. Accanto a lui, il corpo senza vita del collega Dominick Pezzulo. "Se muoio oggi", ricorda di aver pensato, "almeno sono morto cercando di aiutare le persone". Insieme al sergente John McLoughlin, che era intrappolato con lui, ha aspettato per ore prima di essere liberato dalle macerie. Ha subito interventi chirurgici e una lunga riabilitazione, ma la sofferenza psicologica ha richiesto cure ancora maggiori. Spera che le persone vedano nella sua storia "la resilienza dell'anima umana, lo spirito americano'' e il potere delle brave persone che si fanno avanti nei momenti difficili.
Bruce Stephan aveva già rischiato la vita nel 1989. La sua auto era rimasta in bilico sul ponte San Francisco-Oakland Bay durante una forte scossa di terremoto. L'11 settembre 2001 si trovava al 65° piano della torre nord del centro commerciale quando uno degli aerei si è schiantato a circa 30 piani sopra di lui. Si trovava ancora in fila giù per le scale quando seppe che un altro aereo aveva colpito la torre sud, dove la moglie Joan, avvocato, lavorava al 91esimo piano. Sopra la zona dell'impatto. Solo dopo molte ore seppe che anche lei si era salvata. Per andare avanti hanno scelto di lasciare New York e di cercare il tempo per fare altre cose: frequentare un club del libro, fare teatro amatoriale, giardinaggio.
Desiree Bouchat si ferma davanti a uno dei nomi incisi sul memoriale dell'11 settembre: James Patrick Berger. Lo ha visto l'ultima volta al 101esimo piano della torre sud del centro commerciale. All'inizio, la gente pensava che l'incidente aereo alla torre nord fosse accidentale. Non c'era nessun ordine di evacuazione immediato per la torre sud. Berger accompagnò Bouchat e altri colleghi della Aon Corp agli ascensori, poi volle controllare se c'erano altre persone. Non tornò mai indietro. Desiree dice che per tanto tempo è stata uno zombie ambulante in una nebbia fitta che stentava a diradarsi. Andare davanti al Memoriale la aiuta a riconciliarsi con se stessa.
La stessa cosa che fa Bruce Powers, oggi 82enne, che ogni anno percorre gli 11 km che separano la sua casa dal Pentagono per omaggiare le 184 persone che quel giorno persero la vita. Ascoltare le storie personale di chi non c'è più lo aiuta ad affrontare quello che è successo, dice. Un aspetto importante dell'11 settembre, forse non del tutto approfondito, è il trauma di chi negli attacchi ha perso una persona cara. Mary Fetchet ha perso suo figlio Brade. Ha fondato il Voices Center for Resilience, un gruppo di supporto e difesa per le famiglie delle vittime, i primi soccorritori e i sopravvissuti.
L'ufficiale del dipartimento di polizia Mark DeMarco indossa ancora un braccialetto con i nomi dei 14 colleghi morti quel giorno. Si preoccupa che la memoria pubblica degli attacchi stia svanendo, che il passare del tempo abbia creato un falso senso di sicurezza.
Mentre respirava attraverso una maschera di ossigeno in un letto d'ospedale con il coronavirus, Wendy Lanski pensò: "Se Osama bin Laden non mi ha ucciso, non lo farà il Covid2. Vent'anni fa Wendy è fuggita dal 29° piano della torre nord, correndo a piedi nudi verso la salvezza. Undici dei suoi colleghi dell'Empire Blue Cross Blue Shield sono morti. "L'unica cosa buona di sopravvivere a una tragedia o a una catastrofe di qualsiasi tipo è che ti rende sicuramente più resiliente', ma "sopravvivere è solo il primo pezzo del viaggio", dice. Ha le torri gemelle, "9/11/01" e "sopravvissuta" tatuati sulla caviglia. Ma gli attacchi hanno lasciato anche altri segni. Quello che ha visto, i tonfi dei corpi che cadevano, il frastuono dei crolli sono impressi nella sua memoria. "Perché sono qui e 3000 persone no?'', si è chiesta tante volte, poi, con il passare del tempo ha accettato di non sapere e di dare voce a chi l'ha perduta per sempre, raccontando l'orrore nelle scuole.