Addio a Jake Burton Carpenter, visionario pioniere dello snowboard
Muore a 65 anni il personaggio che ha reso popolare la tavola sulla neve trasformando un gioco in un affare da milioni di dollari e milioni di appassionati
Per gli amanti della neve il nome "Burton" è un mito. Sia per i campioni olimpici di una disciplina sempre più seguita, sia i principianti che a mala pena riescono a stare in piedi sulla tavola, sia per gli sciatori più tradizionalisti che guardano perplessi le evoluzioni di tanti ragazzini indisciplinati, Burton è sinonimo di snowboard.
Jake Burton Carpenter, l'uomo che ha cambiato il modo di vivere la montagna intuendo quello che avrebbe potuto diventare la tavola sulla neve, è morto mercoledì sera per le complicanze derivanti da una ricaduta del tumore di cui soffriva da tempo. Aveva 65 anni. In una e-mail inviata allo staff di Burton™, il CEO John Lacy ha definito il fondatore Carpenter, l'anima dello snowboard, colui che "ci ha regalato lo sport che amiamo così tanto."
Carpenter non ha inventato lo snowboard, ma 12 anni dopo Sherman Poppen, che per primo aveva legato un paio di sci con una corda per creare quella che allora veniva chiamato "snurfer", il 23enne imprenditore, noto all'epoca solo come Jake Burton, lasciò il lavoro a Manhattan, tornò nel Vermont e si dedicò anima e ingegno alla tavola: "Ho sempre pensato che quella cosa fosse più di una semplice slitta, che ci fosse il potenziale di uno sport lì sopra" raccontò Carpenter nel 2010 in una intervista ad Associated Press.
Per anni, le tavole di Burton sono stati snobbati nei resort - troppo strani, tropo diversi, troppo pericolosi - e molti non permettevano nemmeno l'accesso agli 'snowboarder' sulle piste della élite sciistica del Colorado o della California per non parlare delle Alpi svizzere. Ma questi ragazzi erano una forza della natura. E oltre che prendersi rischi e infrangere le regole con le loro evoluzioni lungo i pendii delle montagne, erano pure disposti a spendere soldi per la loro passione. Nell'ultimo decennio, gli 'snowboarder' hanno rappresentato oltre il 25 percento dei visitatori delle località di montagna negli Stati Uniti per un giro di affari di 1 miliardo di dollari all'anno. E una bella fetta di questo denaro viene spesa proprio per gli attrezzi Burton.
Nel 1998, e con la tacita benedizione di Carpenter, le Olimpiadi invernali sono entrate in scena, nella speranza di iniettare forze fresche e giovani in un programma dominato dalle discipline tradizionali come lo sci alpino, il bob, il salto il patinaggio e l'hockey. Con il passare degli anni, Carpenter ha accompagnato lo snowboard fino a superare la linea di demarcazione tra lo sport e uno stile di vita che esalta il divertimento piuttosto che l'agonismo e la competizione per il denaro e le medaglie. Il tutto trascinato da un gigantesco marketing di massa.
L'anno scorso in un bar di Pyeongchang, in Corea del Sud, non lontano da dove lo 'snowboard' stava celebrando il ventesimo anniversario da sport olimpico, c'era una parete piena di Immagini e 'memorabilia' di Burton - segno della dimensione globale di un'azienda che è tutt'uno con il nome del suo fondatore e che ancora ha sede non lontano da dove è nata: Il garage di Carpenter, a Londonderry, nel Vermont. Burton ha sponsorizzato praticamente tutti i grandi nomi del settore da Seth Wescott a Shaun White, da Kelly Clark a Chloe Kim.
I suoi ultimi anni non sono stati facili. Non molto tempo dopo aver sconfitto il cancro che gli era stato diagnosticato nel 2011, Carpenter ha scoperto di soffrire di una rara malattia autoimmune, la sindrome di Miller Fisher, che lo ha completamente paralizzato per un breve periodo. Dopo una lunga riabilitazione, è tornato sulla montagna e, nel 2018, era in piedi vicino al traguardo per vedere White vincere la sua terza medaglia d'oro olimpica. Il mese scorso Carpenter aveva inviato un'email al suo staff per comunicare il ritorno del cancro. Due settimane dopo, il CEO Lacy ha inviato un'altra e-mail, annunciando ai dipendenti la morte di Jake.