Giappone. Fugaku, il supercomputer più veloce al mondo al servizio della lotta contro il coronavirus
Il varo ufficiale di Fugaku, il più veloce supercomputer del mondo, ospitato nelle sale dell'istituto di ricerca scientifica giapponese RIKEN e sviluppato nel corso degli ultimi anni in collaborazione con Fujitsu, era previsto per il 2021 ma la pandemia ha accelerato la sua messa a punto e già da qualche mese i ricercatori giapponesi utilizzano la sua potenza di calcolo per la lotta del Paese contro COVID-19. Resi noti i risultati di una ricerca sugli effetti del tasso di umidità sulla dispersione delle particelle virali.
Parlando nell'ambito della conferenza digitale ActivateNow di Fujitsu martedì sera, Satoshi Matsuoka, direttore del RIKEN Center for Computational Science ha esaltato il ruolo del supercomputer nell'emergenza sanitaria in corso: "Molto importante è il modo in cui combattiamo contro COVID-19. Abbiamo accelerato la realizzazione del programma COVID-19 mentre Fugaku era ancora in fase di costruzione e, di fatto, l'abbiamo lanciato in meno di un mese".
Secondo Matsuoka il programma ha ottenuto "risultati stellari", soprattutto grazie alle risorse di calcolo a disposizione degli scienziati: "Per esempio, stiamo trovando molto utili contro COVID-19 alcuni farmaci già in commercio e approvati per altri scopi, come le malattie cardiache o l'alta pressione sanguigna."
Matsuoka ha aggiunto che i risultati ottenuti attraverso Fugaku vengono utilizzati per fornire linee guida all'industria, ma anche al governo giapponese. Infine ha anticipato che il team di ricercatori del Riken sta anche lavorando per escogitare modi per mitigare la trasmissione di COVID-19 attraverso un'analisi dettagliata della dispersione delle particelle virali. I primi risultati di questa ricerca sono stati resi pubblici proprio in queste ore.
Fugaku ha mostrato che l'umidità può avere un grande effetto sulla dispersione delle particelle virali, indicando un aumento del rischio di contagio da coronavirus in condizioni di asciutto e al chiuso durante i mesi invernali. La scoperta suggerisce che l'uso di umidificatori può aiutare a limitare le infezioni durante i periodi in cui non è possibile la ventilazione delle finestre. Questa la conclusione dello studio pubblicato martedì dal gigante della ricerca Riken e Kobe University.
I ricercatori hanno utilizzato il supercomputer di Fugaku per modellare l'emissione e il flusso di particelle simili a virus da parte di persone infette in una serie variegata di ambienti interni. Le simulazioni hanno mostrato che l'umidità dell'aria inferiore al 30% ha portato a più del doppio della quantità di particelle nebulizzate rispetto a livelli di umidità del 60% o superiori. Lo studio ha anche indicato che le visiere trasparenti non sono così efficaci come le maschere nel prevenire la diffusione dell'aerosol.
Altri risultati hanno curiosamente mostrato che a tavola sono più a rischio le persone che siedono accanto rispetto a quelle che stanno dall'altra parte del tavolo e che, in base alla stessa logica, per esempio il numero di cantanti in un coro dovrebbe essere limitato e distanziato di conseguenza.
Il team di ricerca Riken guidato da Makoto Tsubokura aveva già usato in precedenza il supercomputer Fugaku per modellare le condizioni di contagio nei treni, nei luoghi di lavoro e nelle aule scolastiche. In particolare, le simulazioni hanno mostrato che l'apertura dei finestrini sui treni dei pendolari può aumentare la ventilazione da due a tre volte, abbassando la concentrazione di microbi nell'ambiente: "La paura cieca delle persone così come la fiducia infondata contro l'infezione da COVID-19 deriva semplicemente dal fatto che è invisibile."