I gorilla della foresta pluviale. Li salverà il turismo?
Dian Fossey aveva previsto l'estinzione della specie. Grazie anche ai suoi studi gli esemplari sono passati da 680 a 1000 in dieci anni
Nel profondo della foresta pluviale del Parco Nazionale dei Vulcani in Rwanda, un gorilla femmina di 23 anni di nome Kurudi si nutre di sedano selvatico. Stacca delicatamente la parte esterna per mangiare la polpa sotto lo sguardo attento di un gorilla adulto e del biologo Jean Paul Hirwa, nascosto dietro a un cespuglio di ortica, che annota ogni dettaglio sul suo tablet. I tre partecipano al progetto di ricerca su questa specie più longevo del mondo. Lo iniziò la primatologa americana Dian Fossey, scomparsa nel 1985. Allarmata dai crescenti tassi di bracconaggio e deforestazione in Africa centrale, aveva predetto che i gorilla si sarebbero estinti entro il 2000. Invece, una campagna di conservazione massiccia, partita proprio grazie ai suoi studi e alle sue ricerche, ha evitato il peggio e ha dato una seconda possibilità alle grandi scimmie che condividono circa il 98% di DNA umano.
In via d'estinzione
Lo scorso autunno, l'Unione internazionale per la conservazione della natura con sede in Svizzera ha cambiato lo status dei gorilla di montagna da "in pericolo critico di estinzione" a "in via di estinzione", un miglioramento, seppure molto fragile. Il numero di gorilla di montagna è passato nell'arco di un decennio da 680 a poco più di 1000 esemplari. "È una specie ancora vulnerabile", dice George Schaller, biologo e esperto di gorilla. "Ma il loro numero sta crescendo, e questo è straordinario". Non sarebbe potuto accadere senza un intervento chiamato di "estrema conservazione": ogni singolo gorilla della foresta pluviale è stato monitorato e gli sono state periodicamente fornite cure veterinarie. Le comunità locali sono state sostenute finanziariamente visto che la protezione della foresta ha comportato per loro la rinuncia a campi da coltivare.
Una volta rappresentati come bestie terribili e feroci, basti pensare a film come "King Kong", i gorilla sono in realtà tranquilli primati che mangiano solo piante e insetti e vivono in gruppi familiari abbastanza stabili ed estesi. La loro forza e le loro espressioni da brividi sono generalmente riservate alle rivalità tra maschi adulti.
Ogni settimana, scienziati come Hirwa, che lavora per il gruppo no profit Dian Fossey Gorilla Fund, raccolgono ogni dato utile alla ricerca sui loro comportamenti informando di eventuali problemi di salute lo staff dei Gorillas Doctors, un gruppo non governativo che opera nella foresta. I veterinari controllano le ferite e i segni di infezioni respiratorie, ma intervengono con parsimonia e quasi sempre sul posto senza spostare gli animali dalla montagna. "Il nostro ospedale è la foresta", afferma Jean Bosco Noheli, veterinario della Gorilla Doctors. Quando il suo team interviene sul campo per far fronte a un'emergenza, deve trasportare tutto ciò di cui potrebbe aver bisogno, comprese le macchine a raggi X portatili.
Turismo e salvaguardia
Il biologo George Schaller ha condotto i primi studi dettagliati sui gorilla di montagna negli anni '50 e nei primi anni anni '60. È stato anche il primo a scoprire che i gorilla selvatici potrebbero, nel tempo, sentirsi a proprio agio con la periodica presenza umana, un vantaggio per i ricercatori e, in seguito, per i turisti. Oggi piccoli gruppi di turisti, di massimo 8 persone per volta, possono fare escursioni nella foresta pluviale ruandese per osservare i gorilla. Le regole da seguire sono severe: niente acqua o cibo, non tenere il contatto visivo con gli animali per troppo tempo e, in caso di aggressione, guardare in basso e piegare le ginocchia in posa di sottomissione. Il numero di turisti è limitato e il costo è alto, 1500 dollari per un'ora nella foresta, ma serve per coprire i costi della gita e in parte anche compensare del guadagno che sarebbe derivato se lì ci fossero stati campi coltivati. Circa il 40% dell'area era già stata bonificata negli anni 70 e l'idea di sfruttare il turismo per la conservazione dell'area non è stata facile da far accettare.
Adesso il 5% delle entrate finanziano infrastrutture nei villaggi della zona, scuole, ambulatori medici. C'è ancora molta povertà e, a volte, in classe mancano le matite, ma qui molto di quello che c'è viene dal turismo.
"Non vogliamo proteggere il parco con i fucili, ma conservarlo insieme alla gente del posto che ne deve diventare responsabile". Così sono nati i "gorilla trackers", gente che si occupa di tracciare gli spostamenti delle scimmie. Il loro lavoro è fondamentale per scienziati e veterinari che possono intervenire in tempo in caso di problemi. Oggi, nei villaggi, tanti bambini sognano di lavorare con i gorilla, come guide, o come biologi. Il coinvolgimento degli abitanti ha funzionato. Adesso sono loro i primi guardiani.