Piantare un albero alla volta: ecco come rinascono le foreste in Perù, Brasile e Virginia
Il reportage fotografico di Associated Press racconta alcuni casi virtuosi di rimboschimento
La distruzione delle foreste è rapida, la loro ricrescita invece è molto, molto più lenta. Ma in tutto il mondo ci sono persone che lavorano per ripristinare ciò che il fuoco, spesso appiccato dall'uomo per speculazione, ha distrutto. Negli ultimi mesi abbiamo raccontato la devastazione della giungla amazzonica e del bacino del Congo, il fumo proveniente dalle foreste pluviali indonesiane che si propagano in Malesia e Singapore, un fumo proveniente da incendi provocati per aprire pascoli al bestiame e a certe produzioni agricole Tra il 2014 e il 2018, secondo un recente rapporto, ogni anno è stata disboscata in questo modo un'area delle dimensioni del Regno Unito.
La ricostruzione dei boschi è un lavoro lento e spesso difficile e richiede pazienza: possono volerci decenni perché le foreste si rigenerino come habitat vitali e assorbano la stessa quantità di carbonio persa quando gli alberi vengono tagliati e bruciati. Quello del rimboschimento è un lavoro urgente: le foreste sono una delle prime linee di difesa del pianeta contro i cambiamenti climatici, assorbendo fino a un quarto delle emissioni di carbonio prodotte dall'uomo ogni anno. Attraverso la fotosintesi, alberi e piante usano anidride carbonica, acqua e luce solare per produrre energia chimica che alimenta la loro crescita; l'ossigeno viene rilasciato come sottoprodotto. La riduzione delle foreste ha portato anche alla riduzione della capacità della Terra di sopportare le emissioni di carbonio in costante aumento.
I programmi di riforestazione che funzionano tengono conto delle specie vegetali autoctone. Sono gestiti da gruppi che si impegnano costantemente nel monitoraggio delle foreste, e non si limitano a eventi occasionali di piantagione di alberi. E di solito, portano vantaggi economici alle persone che vivono nelle vicinanze, ad esempio creando posti di lavoro o riducendo l'erosione che danneggia le case o le colture. L'impatto potrebbe essere notevole: un recente studio sulla rivista Science ha previsto che se fossero piantati 0,9 miliardi di ettari di nuovi alberi - circa 500 miliardi di nuovi alberi - sarebbero in grado di assorbire 205 gigatonnellate di carbonio una volta raggiunta la maturità.
I ricercatori svizzeri hanno stimato che ciò equivarrebbe a circa i due terzi delle emissioni di carbonio provocate dall'uomo dall'inizio della Rivoluzione industriale. Altri scienziati contestano questi calcoli, mentre alcuni temono che la promessa teorica di piantare alberi come facile soluzione ai cambiamenti climatici possa distrarre i governi dalla portata dei cambiamenti necessari per far fronte alla crisi climatica. Tutti però concordano sul fatto che gli alberi sono importanti. Quelli raccontati da queste immagini sono tre casi virtuosi di riforestazione provenienti da tre luoghi diversi del pianeta.
La foresta del Perù
In una regione del Perù sud-orientale chiamata Madre de Dios, la ricercatrice Jhon Farfan ispeziona le terre in cui la foresta è andata perduta a causa dell'estrazione illegale di oro. Dopo aver tagliato e bruciato alberi secolari, i minatori hanno utilizzato pompe alimentate a diesel per aspirare strati profondi della terra, quindi hanno filtrato il terreno per separare le particelle d'oro. Per trasformare la polvere d'oro in pepite la miscelavano al mercurio, che compatta l'oro ma avvelena la terra. Quando se ne sono andati hanno lasciato dietro di se' macchie di terra desertica - secca, sabbiosa, priva di terriccio e disseminata di tronchi di alberi morti.
Lo scorso dicembre, Farfan e altri scienziati con la CINCIA, un'associazione senza scopo di lucro con sede in Perù, hanno piantato oltre 6.000 alberi di varie specie originarie di questa parte dell'Amazzonia, tra cui il gigante shihuahuaco, e hanno testato diversi fertilizzanti. Da quando il progetto è iniziato tre anni fa, il team ha piantato più di 42 ettari con piantine autoctone, il più grande sforzo di rimboschimento nell'Amazzonia peruviana fino ad oggi.
La foresta degli Appalachi in Virginia
Dopo che i minatori abbandonarono la Cheat Mountain in West Virginia negli anni '80, ci fu uno sforzo per rendere verdi i siti di estrazione del carbone per conformarsi alla legge degli Stati Uniti. Le aziende utilizzarono macchinari pesanti per riportare il terreno rovesciato in posizione, compattando il fianco della montagna con i bulldozer. Il risultato fu un terreno così fitto che l'acqua piovana non riusciva a filtrare e le radici degli alberi non riuscivano a espandersi. Le aziende avevano piantato specie di piante con radici poco profonde o alberi non autoctoni che possono anche resistere, ma che non raggiungeranno mai la loro altezza massima o non ripristineranno la foresta così com'era. A Cheat Mountain e in altri ex siti minerari disseminati lungo la catena degli Appalachi, più di 400 mila ettari di foresta è in una condizione simile.
Ora Michael French, direttore operativo di Green Forests Work, un'associazione senza scopo di lucro con sede nel Kentucky, e i suoi colleghi stanno collaborando con il Servizio forestale degli Stati Uniti per ripristinare le foreste native degli Appalachi ripiantando anche specie rare originarie di questo ambiente, abbattendo prima gli altri alberi. La Green Forests Work ha riforestato circa 320 ettari all'interno della foresta di Monongahela e sta adottando un approccio simile ad altri ex siti minerari in tutta gli Appalachi, dopo aver riforestato circa 1800 ettari dal 2009.
La foresta atlantica in Brasile
Maria Coelho da Fonseca Machado Moraes, soprannominata Dona Graça, gestisce un vivaio che coltiva piantine di specie native della giungla meno conosciuta del Brasile: la foresta pluviale della costa atlantica. Collabora con un gruppo no profit chiamato Save the Golden Lion Tamarin, che lavora per proteggere e ripristinare l'habitat forestale della scimmia omonima in via di estinzione. "La foresta pluviale atlantica è uno dei luoghi più minacciati del pianeta, oltre il 90 per cento è stato deforestato", spiega Luis Paulo Ferraz, uno degli amministratori dell'associazione.
Dona Graça è furiosa per quello che è successo alla foresta, ridotta per consentire l'espansione urbana di Rio de Janeiro e di altre città. E così, mentre dà il mangime alle sue galline e rastrella le foglie, coltiva anche piantine di specie rare. Mescola il calcare e l'argilla, lo inserisce in sacchetti di plastica da vivaio e vi pianta i semi. Li irriga con acqua e urina di mucca. Gli sforzi di reimpianto locali - che mirano a riconnettere i frammenti della foresta devastata - usano spesso le piantine del vivaio di Dona Graça. Lo faccio per i posteri dice: "Quando morirò, voglio che le persone, ricordandomi, pensino che vale la pena piantare, costruire."