Tulsa ricorda il massacro della "Wall Street Nera". Biden: "Sradicare il razzismo sistemico"
Il presidente Usa Joe Biden a Tulsa per i 100 anni dal massacro contro la comunità nera che portò all'uccisione di oltre 300 afroamericani del quartiere di Greenwood, la "Wall Street Nera" della città dell'Oklahoma, una ferita ancora aperta.
Joe Biden ha incontrato tre sopravvissuti al massacro di Tulsa, in Oklahoma, 100 anni fa, quando vennero trucidati oltre 300 afroamericani. Viola "Mother" Fletcher, Hughes "Uncle Red" Van Ellis e "Mother Randle" Benningfield hanno tutti un'età compresa tra 101 e 107 anni.
"Sono il primo presidente a venire a Tulsa in 100 anni", ha dichiarato Biden commemorando il massacro degli afroamericani. Il fatto che siamo rimasti in silenzio non vuol dire che non sia mai accaduto", ha osservato il capo della Casa Bianca, volato a Tulsa per "gettare luce" sul massacro e per assicurare che gli americani conoscano la verità.
"Oggi la minaccia più letale per il paese è il suprematismo bianco", ha dichiarato Biden. "L'odio non è mai sconfitto, si nasconde soltanto", ha aggiunto il presidente denunciando inoltre gli attacchi contro il diritto di voto degli afroamericani.
In platea ad ascoltare Biden circa 200 persone, compresi attivisti per i diritti civili come Jesse Jackson e Al Sharpton, oltre ai 3 sopravvissuti ultracentenari che ha incontrato prima di parlare. Gli stessi che due settimane fa sono stati chiamati a testimoniare alla Camera. "Non dimenticherò mai la violenza dei criminali bianchi - ha detto Fletcher (la più anziana, 107 anni) - ancora vedo uomini neri raggiunti da colpi di arma da fuoco, corpi neri sulle strade. Sento ancora l'odore del fumo e vedo le fiamme. Vedo i negozi bruciati. Sento gli aerei volare. Sento le urla. Ho vissuto quel massacro ogni giorno". Aveva 7 anni all'epoca del massacro, nel 1921.
Biden è stato anche il primo presidente degli Stati Uniti a visitare il luogo del massacro. In una dichiarazione, il Presidente ha esortato gli americani a "riflettere sulle profonde radici del terrore razziale e d'impegnarsi nel lavoro di sradicamento del razzismo sistemico in tutto il Paese". Una visita in controtendenza rispetto a quella di Donald Trump dello scorso anno. Dopo la sospensione dei comizi elettorali a causa della pandemia, l'allora presidente scelse proprio Tulsa come luogo del suo ritorno e come data il 19 giugno, la festa nota come Juneteenth che commemora la fine della schiavitù negli Stati Uniti. Dopo aver ricevuto feroci critiche, Trump posticipò l'evento di un giorno.

Il 31 maggio e il 1 giugno 1921, una folla di bianchi saccheggiò e bruciò il distretto di Greenwood. Gli aggressori hanno ucciso fino a 300 afroamericani e costretto i sopravvissuti per un certo periodo a campi di internamento supervisionati dai membri della Guardia Nazionale. Mattoni bruciati e un frammento di un seminterrato di una chiesa sono tutto ciò che rimane oggi del quartiere che allora si estendeva per oltre 30 isolati. Migliaia rimasero senza casa e un'intera comunità afroamericana che era vista come esempio di emancipazione fu devastata.

La questione razziale è tema cruciale per Joe Biden, la cui presidenza non sarebbe stata possibile senza il voto afroamericano, che è stato schiacciante a suo favore sia nelle primarie democratiche sia nelle elezioni generali. Il presidente si è impegnato a combattere il razzismo nelle forze di polizia sulla scia delle proteste che hanno travolto la nazione dopo la morte di George Floyd e hanno alimentato il movimento Black Lives Matter. Chauvin è stato condannato ad aprile, e Biden ha rilanciato dicendo che la lotta contro il "razzismo sistemico" era lungi dall'essere terminato con la sentenza: "Non possiamo fermarci qui". Biden ha chiesto al Congresso di affrontare rapidamente la riforma della polizia, ma non è riuscito a ottenere il risultato sperato: firmare la legge in occasione del primo anniversario della morte di Floyd. La legge dopo l'ok della Camera e ferma al Senato.

Nonostante le dimensioni tragiche, la strage di Tulsa è stata per anni rimossa dalla memoria collettiva e è riemersa solo di recente nel dibattito nazionale. Si tratta di una ferita ancora aperta e anche in queste ore non sono mancate le polemiche. Gli organizzatori hanno annullato una commemorazione dicendo che non è stato possibile raggiungere un accordo sui pagamenti in denaro per tre sopravvissuti al massacro. La questione dei risarcimenti ai discendenti degli schiavi e delle vittime di altre discriminazioni razziali è annosa e risale sostanzialmente al 1865, anno in cui fu abolita la schiavitù.

Oggi è tema più vivo che mai e a Tulsa in questi giorni molti si sono chiesti se i 20 milioni di dollari spesi per la costruzione del museo Greenwood Rising in una parte sempre più gentrificata della città non avrebbero potuto essere spesi meglio per aiutare i discendenti neri del massacro o i residenti del quartiere a maggioranza nera della città, che si trova alla periferia nord, a diverse miglia di distanza da Greenwood. Un dibattito che ha diviso gli stessi leader afroamericani di Tulsa e che ha portato alla pianificazione di eventi commemorativi separati per il centesimo anniversario del massacro. Tra questi, la notte scorsa si è tenuta una veglia a lume di candela per ricordare le vittime.