Usa 2020. Rock e campagna elettorale: un coro di musicisti contro Trump
Dalle commoventi battute iniziali di "Hallelujah" di Leonard Cohen all'entusiasmante coro finale di "You Can't Always Get What You Want" dei Rolling Stones per non parlare di "Born in the U.S.A." di Bruce Springsteen, fraintesa fin dai tempi di Reagan, Donald Trump ha usato per tutta la campagna alcuni tra i pezzi più classici del rock e gli autori (o i loro eredi) non l'hanno presa bene, pronunciandosi esplicitamente contro di lui e la sua politica e chiedendogli ripetutamente di non usare la propria musica come colonna sonora dei suoi comizi.
Quello dell'uso e dell'abuso delle canzoni popolari è diventato un vero e proprio tormentone delle campagne presidenziali Usa. È difficile che Donald Trump faccia suonare un pezzo durante un suo comizio senza che l'artista di turno ne denunci pubblicamente l'uso minacciando le vie legali. Neil Young, John Fogerty, Phil Collins, Panic! At The Disco e gli eredi di Leonard Cohen, Tom Petty e Prince sono solo alcuni di quelli che si sono opposti.
La storia non è certo nuova. È ormai da oltre un secolo che i candidati trasformano le canzoni più popolari in veri e propri temi delle loro campagne presidenziali, e dal 1984 almeno che gli artisti americani e non si oppongono. Il primo fu Bruce Springsteen che negò l'uso di "Born in the U.S.A." a Ronald Reagan che l'aveva scelta, sorprendentemente visto il tenore e il senso del testo, per la propria campagna per la rielezione.
Quest'anno tuttavia la questione ha raggiunto un punto di saturazione senza precedenti, indicativo del divario culturale tra il presidente e i suoi sostenitori e i musicisti "progressisti", che raramente si oppongono all'uso che delle proprie canzoni fanno i candidati Democratici. "Sono vent'anni che scrivo su questo tema, e non ho mai visto una divisione tanto profonda per quanto riguarda gli artisti che non vogliono che un politico usi i loro pezzi," spiega a Associated Press Gil Kaufman che ha seguito per Billboard, la rivista di riferimento dell'industria discografica americana, il tema del rapporto tra musica e politica durante il campagna: "Per molti elettori la scelta non è mai stata così netta, ed è così anche per i musicisti."
Pochi hanno obiettato con la stessa fermezza di Neil Young. Il rocker noto per le sue posizioni ambientaliste ma anche vicino per tradizione a una fetta importante dell'elettorato repubblicano, quello dei 'farmers' bianchi del mid-west, è andato oltre la semplice protesta e ha presentato formale denuncia contro l'uso ripetuto delle sue canzoni. "Immaginate come ci si sente a ad ascoltare 'Rockin' In A Free World' dopo che il Presidente ha finito di parlare, come se fosse la sua sigla", ha scritto Young sul suo sito web a luglio, "Non l'ho scritta per questo". La sensazione di essere stati arruolati nella campagna di Trump alimenta la rabbia di molti artisti che non vogliono apparire come se appoggiassero tacitamente Trump.
Altri artisti sono stati più stupiti che arrabbiati per l'esecuzione di canzoni i cui temi sono l'esatto opposto dei messaggi di Trump. John Fogerty, ex leader dei Creedence Clearwater revival storica band della fine degli anni Sessanta, ha detto di essere sconcertato dall'uso che Trump fa della sua "Fortunate Son", la cui condanna dei "figli di papà" che non hanno servito in Vietnam suona come uno sberleffo cucito su misura per Trump. "Trovo stupefacente che abbia scelto di usare la mia canzone per la sua manifestazioni," ha spiegato Fogerty in un video a settembre, "Quando in realtà sembra proprio che sia lui il 'figlio fortunato'." Un concetto ribadito più recentemente in un twit che annunciava un reclamo ufficiale: "Sta usando le mie parole e la mia voce per abbellire un messaggio che io non intendo avallare."
"Fortunate Son" is playing before Trump's pandemic rally in Carson City, Nevada. pic.twitter.com/CJsT7fqJAB
— Aaron Rupar (@atrupar) October 18, 2020
E non può mancare anche il riferimento imbarazzante alla pandemia. Secondo Kaufman agli artisti non piace essere accomunati ai comizi del presidente che sono stati visti nelle ultime settimane come potenziali focolai di coronavirus: "Non è un bel ritorno di immagine per gli artisti, se la loro musica è accostata a qualcosa che viene percepito come non sicuro." Da questo punto di vista molti osservatori hanno sottolineato la 'gaffe' involontaria in cui è caduto il presidente quando è stata suonata "In The Air Tonight" in un suo evento in Iowa il 14 ottobre scorso. Gli avvocati di Phil Collins hanno prontamente richiesto che l'entourage di Trump smettesse di usare la canzone.
Dal punto di vista legale, i candidati non hanno necessariamente bisogno del permesso esplicito degli artisti. Le campagne possono acquistare pacchetti di licenze da organizzazioni che si occupano di diritti musicali, comprese BMI e ASCAP, che danno loro accesso legale a milioni di canzoni. La BMI ha dichiarato che i Rolling Stones avevano scelto di non essere inclusi in quelle licenze, e che ha informato di questo la campagna di Trump avvertendo che se non smettevano di suonare "You Can't Always Get What You Want", un pezzo regolarmente in rotazione durante gli eventi del Presidente, avrebbero violato l'accordo. di licenza.
Ma anche se dal punto di vista contrattuale le loro canzoni possono essere suonate, gli artisti possono comunque opporsi. Questo di solito si manifesta con una richiesta pubblica al candidato. "La maggior parte delle volte la richiesta di non usare la propria musica è sufficiente all'artista per far uscire il messaggio che non è associato alla campagna e non ha approvato l'uso", spiega a Associated Press Heidy Vaquerano, avvocato di Los Angeles specializzata in diritto dell'intrattenimento e proprietà intellettuale. E poi ci sono altri canali legali, come le leggi sul diritto di proprietà intellettuale degli Stati, che trattano l'identità di un artista come una proprietà da tutelare, o il Lanham Act federale, che protegge il marchio personale di un artista e contiene una disposizione che esplicitamente prevede un divieto di falso 'endorsement'.
LAST NIGHT: President Trump dances to the Village People's "YMCA" at the conclusion of his rally. pic.twitter.com/zMKaagJ092
— The Hill (@thehill) October 21, 2020
Miglior fortuna ha avuto Trump quando ha scelto di chiudere un comizio ballando sulle note di "Y.M.C.A." dei Village People. Victor Willis, leader della band e autore della canzone, ha dichiarato di non sentire che sta appoggiando Trump quando suona quel pezzo. Ma è un'eccezione anche quando la disputa riguarda brani di artisti scomparsi. La vedova e le figlie di Petty, che pure avevano litigato in tribunale per la sua eredità, si sono ritrovate unite a giugno nel chiedere che Trump smettesse di usare "I Won't Back Down".
Gli avvocati di Leonard Cohen invece, prima si sono opposti con veemenza all'uso di "Hallelujah" durante la serata finale della Convention Repubblicana a agosto, affermando in un comunicato che si trattava di un tentativo di "politicizzare e sfruttare" una canzone che avevano specificamente detto agli organizzatori di non usare, poi hanno usato l'arma del sarcasmo suggerendo che "se la Convention Repubblicana avesse richiesto un'altra canzone, 'You Want it Darker' (Vuoi che sia più oscuro)" avrebbero potuto considerare l'approvazione.