Usa. Addio a Leila Janah, l'imprenditrice dei poveri
Con le sue due aziende, ha dato lavoro a più di undicimila persone, tra India e Africa, aiutando più di cinquantamila persone. "Il nostro obiettivo - scriveva l'imprenditrice nel 2018 - è indicare una nuova strada per gli affari, che preveda un senso di giustizia verso chi è povero, e non il raggiungimento del massimo profitto"
Aveva fatto della sua vita di imprenditrice una missione per cambiare le sorti del mondo, seguendo un principio: non fornire aiuti materiali ai poveri, ma dare loro un lavoro. Leila Janah, morta a 37 anni a Manhattan per un raro cancro che ha colpito le cellule epiteliali, alla fine è riuscita nella sua impresa: con le sue due aziende, ha dato lavoro a più di undicimila persone, tra India e Africa, aiutando più di cinquantamila persone, inserendole in un sistema industriale che va dalla produzione di cosmetici a quella di dati utili per i giganti americani Google, Facebook, Microsoft, Getty Images e Walmart.
Nata il 9 ottobre '82 a Lewinston, New York, vicino alle cascate del Niagara, figlia di un ingegnere di origine indiana, Sahadev Chirayath, laureata in matematica e scienze, Leila ha cominciato a usare dieci anni fa il cognome della madre, Janah. Il desiderio di aiutare gli altri era germogliato al tempo della scuola media, quando la famiglia era in condizioni di povertà, ma nonostante questo Leila aveva sentito il bisogno di unirsi alle associazioni di volontariato per aiutare chi aveva meno.
Una volta approdata all'università, in California, durante l'estate Janah aveva cominciato a trascorrere le sue vacanze in Ghana, per partecipare a un programma di insegnamento di inglese per bambini non vedenti. Lì aveva appreso il sistema di lettura Braille. Il contatto continuo con le aree più povere del mondo finì per ispirarle un progetto per portare sollievo al maggior numero di persone: dopo aver lavorato a una società di consulenza di New York e alla Banca Mondiale, Janah decise di passare all'azione in prima persona.
Nel 2008, anno in cui avrebbe fondato un'azienda, Samasource, dal sanscrito "Sama" che vuol dire "eguale", andò a Nairobi, in Kenya, con l'obiettivo di assumere persone, facendole lavorare nel campo digitale, per fornire idee, dati, progetti e strumenti poi utilizzati nei campi più vari, dai videogiochi alla meccanica per auto. Con l'azienda Lxmi, Janah ha assunto, nel 2015, in Uganda, Benin e India altre migliaia di persone, impiegandole nel campo della produzione di creme per uso cosmetico. Alla fine tra Samasource e Lxmi, i dipendenti hanno superato quota 11 mila, la metà dei quali sono donne.
Janah era diventata un volto famoso, anche per il suo fisico da modella. Ma in lei, dicono gli amici, c'era spazio solo per "l'estetica della solidarietà". "Il nostro obiettivo - scriveva l'imprenditrice nel 2018 - è indicare una nuova strada per gli affari, che preveda un senso di giustizia verso chi è povero, e non il raggiungimento del massimo profitto". Janah, che è morta in ospedale, non aveva figli. Lascia il marito, Tassilo Festetics, a cui spetterà il compito di portare avanti la sua missione.