Original qstring:  | /dl/rainews/articoli/Il-direttore-di-Charlie-Hebdo-Esercitare-un-diritto-non-e-una-provocazione-4aa86895-ca2d-4af8-b68f-d3fb38575de5.html | rainews/live/ | true
MONDO

Videomessaggio al Festival internazionale del giornalismo di Perugia

Perugia, il direttore di Charlie Hebdo: "La libertà d'espressione non è una provocazione"

"Quello che è stato colpito non è soltanto la libertà di espressione, la laicità, la libertà di ridere e di sentire, è il cuore dell'idea politica della democrazia, della contestazione, della possibilità di contestare e della possibilità del dibattito" 

Condividi
"A Charlie, anche se quello che è accaduto è terribile, siamo andati avanti perché vogliamo far capire a tutti, non soltanto ai francesi, ma a tutti gli europei, a tutta la gente del mondo, a tutti i democratici del mondo che esercitare un diritto non è una provocazione". Così Gerard Biard, direttore di Charlie Hebdo, in un videomessaggio inviato al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, che ieri ha ricordato la strage di Parigi con la proiezione del documentario 'Cabu, poliquement incorrect!'.

"Siamo stati spesso accusati di essere provocatori, perché abbiamo usato il diritto della libertà di espressione, della libertà di satira, della libertà di caricatura e della libertà di blasfemia - ha aggiunto -. La blasfemia per noi è importante, non perché sia un piacere bestemmiare o insultare il potere divino. E' importante perché è una forma di contestazione dell'autorità. E questo in democrazia è fondamentale. Se una democrazia proibisce la blasfemia, se la punisce con la legge, non è più una democrazia, perché punisce la contestazione dell'autorità".

"Per noi è questa una delle ragioni per cui abbiamo deciso di continuare - ha detto ancora -. Perché quello che è stato colpito non è soltanto la libertà di espressione, la laicità, la libertà di ridere e di sentire, è il cuore dell'idea politica della democrazia, della contestazione, della possibilità di contestare e della possibilità del dibattito. Abbiamo visto con l'attentato a Copenhagen che questa gente il dibattito non lo vuole, lo rifiuta. E questo non è possibile. Se rifiutiamo il dibattito siamo morti. E noi siamo sempre vivi".

Condividi