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MONDO

Dal 5 all'8 marzo

Papa Francesco in Iraq, un viaggio senza precedenti

Sarà una visita blindata per motivi di sicurezza e senza folle e abbracci per il rischio Covid

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Un viaggio difficile, senza precedenti: è la prima volta nella storia che un Papa metterà piede in Iraq e Francesco lo farà nel pieno della pandemia e con l'eco di razzi e attentati, anche in queste ultime settimane. Sarà un viaggio senza folle e abbracci, a causa dell'emergenza sanitaria. Molto blindato dal punto di vista della sicurezza, con un Pontefice che, giunto al suo 33esimo viaggio internazionale (il 52esimo Paese visitato), probabilmente salirà su un'auto blindata come mai aveva accettato in precedenza. 

Il Papa arriverà a Baghdad venerdì 5 marzo, dove sono previsti gli incontri con autorità civili e religiose del Paese, e un incontro con i vescovi, i sacerdoti e religiosi nella Cattedrale di Nostra Signora della Salvezza, dove il 31 ottobre del 2010 furono uccise 58 persone durante una Messa in un attacco dei terroristi islamici.

Sabato 6 marzo volerà al Sud, nella zona  di Nassiriya. Qui a Najaf, la città santa degli sciiti, ci sarà lo storico incontro con il Grande Ayatollah Sayyd Ali Al-Sistani, un appuntamento nella scia della sua enciclica ‘Fratelli Tutti'. Poi l'incontro interreligioso a Ur dei Caldei, la casa di Abramo, il padre delle tre religioni monoteiste. Si leggeranno passi della Bibbia ma anche del Corano e saranno presenti gli yazidi, minoranza perseguitata da secoli e particolarmente presa di mira dall'Isis, insieme ai cristiani. Al ritorno a Baghdad il Papa celebrerà la Messa nella Cattedrale di San Giuseppe e per la prima volta presiederà una celebrazione in rito caldeo.

Domenica 7 Marzo il Papa sarà nel Nord, ad Erbil, nel Kurdistan iracheno, da dove farà tappa prima a Mosul, per una preghiera per le vittime della guerra, e poi a Qaraqosh il villaggio che vide la violenza del Califfato con la cacciata, ad agosto 2014, dei cristiani che qui vivevano. Poi l'ultimo appuntamento: la Messa allo stadio di Erbil con 10mila fedeli su trentamila posti, presenze contingentate a causa del Covid.

Un viaggio carico di significati, dagli incontri interreligiosi all’abbraccio con le comunità cristiane sterminate da trent’anni di guerre. I cristiani dell'Iraq sono considerati una delle più antiche comunità di credenti in Cristo presenti continuativamente in un paese del mondo. In stragrande maggioranza fanno parte dei popoli orientali di lingua aramaica, discendenti dalle antiche comunità etniche assire della Mesopotamia; vi è anche una piccola comunità di armeni e un piccolo numero di curdi, arabi e turcomanni cristiani.

In Iraq, i cristiani erano circa 1.500.000 nel 2003, poco più del 6% della popolazione del paese, in calo rispetto al 12% del 1947. Sono stati contati oltre 1,4 milioni di cristiani nel 1987, ovvero l'8% della popolazione. Dopo le  guerre d'Iraq, dal 1991 al 2002 e gli scontri tra le milizie, l'esercito regolare e l'autoproclamato Stato Islamico, è stato stimato che il numero dei cristiani sia sceso fino a 450.000 nel 2013. Gli attacchi e le occupazioni dell’Isis nel 2014 hanno fatto il resto, massacrando migliaia di persone e costringendo alla fuga decine di migliaia di famiglie. Ancora oggi sulla rotta dei migranti che passa dai Balcani si incontrano gruppi di iracheni che cercano di raggiungere i parenti emigrati in Europa. I cristiani rimasti in Iraq sono meno di 400mila. La maggior parte assiri, riuniti nella Chiesa cattolica caldea. Accanto a loro gruppi di siro-cattolici, greco-cattolici e comunità di rito latino.

(Fonti: Vatican News, Asia News, Ansa, Aiuto alla chiesa che soffre).
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