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MONDO

Giovani ebrei che si trasferiscono in Israele

Ebrei italiani in Israele: il racconto di Simone Cabib, partito a 19 anni

Dopo 17 anni in Israele ed essersi laureato lì oggi parla perfettamente l'ebraico e si occupa di sicurezza informatica per una banca di Tel Aviv. Della nuova ondata di emigrazione dall'Italia individua due fattori chiave: la crisi economica e l'antisemitismo di ritorno

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di Veronica Fernandes Lo spartiacque nella vita di Simone Cabib risale al 1998 quando, a 19 anni, decide di fare l’aliyah – cioè trasferirsi in Israele, come previsto dalla Legge del Ritorno - che garantisce la cittadinanza israeliana ad ogni ebreo del mondo, oltre ad una serie di agevolazioni per chi si trova ad iniziare lì una nuova vita – e lasciare la famiglia a Livorno, dove oggi torna un paio di volte all’anno. Vive in modo profondo e attivo la cittadinanza, si è abituato a convivere con le sirene e non gli pesa essere chiamato per alcuni giorni di riserva: "Porto la divisa con orgoglio, è un modo per seguire attivamente il mio ideale".

Dopo 17 anni in Israele come vedi questa “nuova ondata” di ebrei che lasciano l’Italia oggi?
Rispetto a quando sono arrivato io la situazione è molto diversa, adesso ci sono due fattori fondamentali che secondo me spingono i giovani ebrei italiani a fare l’aliyah: le ragioni economiche e poi anche la voglia di allontanarsi da un sentimento di antisemitismo che in Italia sta crescendo. Magari non ci sono episodi eclatanti come in Francia ma si sente, lo si percepisce. E poi ogni volta che Israele è in guerra si sente la tensione salire.

Per te quali sono state le motivazioni principali?
Prima di tutto il sionismo, sono cresciuto guardando ad Israele come l'obiettivo a cui tendere. Poi ovviamente hanno pesato anche motivazioni più legate a quell'età come la voglia di vivere all'estero, di aprirmi al mondo più di quanto fosse possibile dalla mia città, Livorno, o dall'Italia.

Tu sei arrivato giovanissimo, molti adesso arrivano intorno ai 30 anni. Quali differenze ci sono secondo te?
Nei primi tempi per mantenermi ho fatto anche il cameriere e i classici lavori che fanno i ragazzi che, ad esempio, vanno per un periodo a Londra. Poi, ovviamente, ho fatto il servizio militare qui e mi sono immerso nella realtà israeliana. Chi arriva adesso si trova davanti uno scenario diverso: spesso in due settimane si trova un lavoro ben pagato che in Italia è praticamente un miraggio, e dopo i 28 anni non è necessario fare il servizio militare. In molti hanno difficoltà con la lingua, perchè non sanno l'ebraico.

In Italia per un 30enne trovare un lavoro – legato o meno al proprio percorso di studi – è difficilissimo. Per te che hai studiato in Israele come è stato entrare nel mondo del lavoro?
All’università ho studiato programmazione e più tardi ho preso una seconda laurea in Economia e oggi mi occupo di sicurezza informatica in una banca. Qui si guadagna bene anche se il costo della vita è mediamente più alto rispetto all’Italia.

Che tipo di accoglienza si riceve da parte Israele?
Quando sono arrivato ho partecipato ad un programma pre-universitario di un anno insieme a tanti ragazzi stranieri nella mia situazione  e poi, a differenza della maggior parte di loro, ho deciso di fermarmi.  E’ stato quindi un atterraggio soft. Il livello di accoglienza è molto alto e c’è una sorta di “vantaggio” se si proviene dall’Europa. Ho iniziato da subito a imparare l’ebraico e poi, una volta partito per il servizio militare, mi sono integrato completamente. 

Cosa cambia per chi arriva oggi?
Prima di tutto chi arriva intorno ai 30 anni fa una scelta più ponderata e complessa rispetto a quella che ho fatto io da giovanissimo, volendo più spensierata. E ha subito bisogno di lavorare, anche se non parla l’ebraico. A quel punto trova un impiego, spesso ben retribuito, molti lavorano in piattaforme online utilizzando la propria lingua madre. E quindi anche fuori si tende a passare più tempo con i connazionali e si rischia di rimanere “incastrati” nella comunità italiana. Rispetto al 1998 gli italiani oggi sono molti di più, soprattutto a Tel Aviv.

Secondo te Israele ha bisogno di questa immigrazione?
Bisogno non è la parola che userei. A volte ci sono anche problemi sociali, basta immaginare cosa significhi assorbire migliaia di persone con lingua e tradizioni diverse, anche episodi di discriminazione, ma alla fine è in grado di trovare una collocazione e un lavoro per chi arriva. 

Torneresti in Italia?
Vivo qui da 17 anni, ho un lavoro e sono perfettamente inserito. Per adesso direi proprio di no, ma resto legato all'Italia, dove vive la mia famiglia. 
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