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MONDO

Più 30 per cento dal 2008

Dall'Italia a Israele: il 'piccolo esodo' degli ebrei italiani

L'identikit: giovani ma anche intere famiglie. Le ragioni: ricerca di lavoro, desiderio di costruire una famiglia, il tutto nella cornice del sionismo

Tel Aviv, meta degli olim
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di Veronica Fernandes Partono i giovani che nell’Italia della disoccupazione al 13,4% non trovano lavoro, partono intere famiglie cui la crisi ha polverizzato i risparmi e si imbarcano nel sogno di una vita, partono le coppie appena sposate che vogliono avere figli e poterli mantenere. E parte anche chi vuole vivere appieno la propria religione, senza sentirsi respingere – succede, anche abbastanza spesso – ad un colloquio perché vuole rispettare lo shabbat.

Ebrei italiani in Israele: + 30% rispetto al pre-crisi
In Italia sono in aumento gli ebrei che scelgono di fare l’aliyah – cioè trasferirsi in Israele e prendere la cittadinanza in base a quanto previsto dalla Legge del Ritorno – ed è la prima volta che la motivazione economica è così pressante. Nel 2014 sono stati 500, un dato che dal 2008 è in crescita del 30% rispetto al pre-crisi. Ad oggi gli ebrei italiani sono 35mila ma ce ne sono altri 10mila, con doppio passaporto, che vivono in Israele. E sono destinati ad aumentare: all’Agenzia Ebraica di Roma le domande non smettono di arrivare.

Partire per il lavoro che in Italia non esiste
Nella maggior parte dei casi la cornice entro la quale gli ebrei italiani si spostano è quella del sionismo, la motivazione ideologica. Tra le ragioni concrete, poi, quella più pressante è quella economica. Partire offre infatti dei vantaggi indiscutibili (qui si possono approfondire): si va da un contribuito per l’affitto e il mutuo ad uno sconto sulle tasse fino alle agevolazioni fiscali per il datore di lavoro che assume un “nuovo israeliano” fino ai corsi di lingua. Jonathan Giannetti è uno di loro. Architetto, 31 anni, si trasferisce dopo la laurea in Italia e in meno di un mese ha un posto in uno studio di Tel Aviv. Vede in Israele il posto dove realizzarsi: “E’ un Paese nato come rifugio per gli ebrei perseguitati, oggi lo è anche per gli ebrei che cercano rifugio dalla crisi economica”.

Trading online, il lavoro dei nuovi israeliani e il "rischio ghetto"
Se alcuni, come Jonathan Giannetti trovano il lavoro per cui hanno studiato, il trend è nella media molto diverso. Gli italiani – così come gli stranieri in generale – spesso arrivano senza conoscere l’ebraico e sono tagliati fuori dai posti di lavoro tradizionali. Ad assorbirli sono spesso le piattaforme di trading online, forex, scommesse. In sede si parla inglese o ebraico ma tutto il lavoro con i clienti si svolge nella propria lingua madre, suddivisi in veri e propri reparti: l’ufficio Italia, l’ufficio Svezia, l’ufficio Francia. Gli stipendi sono alti e permettono di iniziare subito una nuova vita. Il rischio è quello di trovarsi in un “nuovo ghetto” e frequentare principalmente i propri connazionali.

L'aliyah di intere famiglie
Se la maggior parte dei giovani che si spostano per ragioni di lavoro hanno come meta Tel Aviv, ci sono anche intere famiglie che lasciano l’Italia per ricomporsi in Israele. Molte sono partite da Roma, dopo aver chiuso un’attività commerciale soffocata dalla crisi. Loro scelgono più spesso piccoli centri – più economici rispetto alla carissima Tel Aviv – come Netanya o Ranana e puntano molto sul sistema scolastico e sul welfare, solido e con molte agevolazioni per gli olim, i “nuovi israeliani”.
L’indipendenza economica ha un immediata conseguenza anche nella vita privata. Michele Disegni, ingegnere gestionale di 30 anni trapiantato a Tel Aviv da Livorno ne parla spesso con la moglie: “Non avremmo mai potuto avere un figlio e riuscire a mantenerlo – spiega – se fossimo rimasti in Italia”. In Israele ha un lavoro sicuro e molte agevolazioni legate sia alla paternità sia alla sua condizione di oleh (singolare maschile del già citato olim).

Immigrazione europea: i vantaggi per Israele
Per uno stato come Israele, che in un paio di generazione teme fortissimo il sorpasso dei non ebrei, questa nuova ondata di emigrazione europea porta certamente dei vantaggi in termini sociali e politici. Lo spiega bene Benedetta Rubin – ex consigliere dell’Unione dei Giovani Ebrei e oggi membro del Forum Nazionale Giovani ma soprattutto attenta osservatrice del fenomeno: “Israele accoglie gli olim in quanto parte della stessa famiglia – spiega – ma ora, in vista delle elezioni di marzo, sono anche un target mirato della campagna”. Ogni candidato, racconta, cerca di avere alcuni nuovi israeliani nel proprio team ed organizza eventi ad hoc per loro.

Il peso dell'antisemitismo: gli ebrei francesi
Il Ministero per l’Assorbimento degli Immigrati si aspetta che città come Tel Aviv vedano nascere le loro Little Paris: di 500 mila ebrei francesi solo lo scorso anno 7 mila sono partiti per Israele, il doppio rispetto al 2013. Ad oggi sono il 4% della popolazione e per il 2015 gli arrivi stimati sono oltre 10 mila, dopo le 55 ore di sangue di Parigi. Paura, antisemitismo di ritorno. Fattori che pesano anche in Italia? Sì, ma ovviamente in misura molto limitata rispetto alla Francia, spiega Daniele Nahum - 32 anni, ex vicepresidente della Comunità Ebraica di Milano e responsabile cultura del PD nella città – secondo cui “l’Italia è un’isola felice rispetto alla Francia ma non certo immune da atti di terrorismo internazionale, spesso di matrice islamica”. Un altro fattore importante – fanno notare in molti – è la possibilità di vivere appieno la propria religione anche sul lavoro: in Israele si rispetta lo shabbat e non si viene respinti ad un colloquio o discriminati per averlo chiesto. Benedetta Rubin, che sta per fare l'aliyah, conferma: “Se in Italia l’antisemitismo è più che altro dimostrativo con scritte e insulti sui muri, quello che è ingiusto è doversi giustificare”.

Il servizio militare
Chi arriva da giovane adulto viene spesso esonerato dal servizio militare. Chi invece si trasferisce giovanissimo deve passare per i canonici tre anni nell’esercito. E’ la storia di Simone Cabib – partito da Livorno a 19 anni, vive in Israele da 17 e lavora nell'ambito della sicurezza informatica: “Vivo con orgoglio il momento in cui indosso la divisa – spiega – è un modo per restituire qualcosa a questo Paese che mi ha dato moltissimo e, in più, è stato anche il modo per inserirmi appieno nella società israeliana”. Questo, insieme ad una perfetta padronanza dell’ebraico, ha fatto sì che non si “chiudesse” all’interno della comunità italiana, come succede spesso, e fosse invece perfettamente integrato nella vita di Israele.

L'effetto per la comunità ebraica italiana
Questa esodo di ebrei fa bene o male alla comunità ebraica italiana? Ovviamente la risposta non è univoca. Daniele Nahum ne dà una europeista: per l’Italia – così come per l’Europa – questo esodo “rappresenta una perdita perché, posto il legame con Israele, impoverisce i Paesi UE della diaspora, della presenza ebraica che fa da sentinella contro il razzismo e in genere contro le discriminazioni”. 
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