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MONDO

E' il direttore della Radio Popolare Africana (RPA)

Suore italiane uccise in Burundi, arrestato giornalista che accusa ex comandante dei servizi segreti

Le missionarie saveriane sarebbero state a conoscenza di traffici illeciti dell'alto ufficiale amico personale del presidente del paese africano

Le tre suore assassinate e il presunto assassino
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Un uomo solo, che si scoprirà poi essere lo ‘scemo del villaggio’, capace di uccidere tre suore, tre anziane donne in due diversi momenti sotto il naso della polizia senza un apparente movente. La ricostruzione delle autorità del Burundi sull’eccidio delle tre religiose italiane assassinate aveva, sin da subito, lasciato parecchi dubbi ed interrogativi irrisolti. Buchi neri su cui ha provato a far luce Bob Rugurika, direttore della Radio Popolare Africana (RPA), la più conosciuta delle radio del Burundi, finito in carcere per aver raccontato una verità diversa da quella ufficiale sulla strage del settembre scorso. Una verità che scagionerebbe l’unico accusato, reo confesso, attribuendo la responsabilità del triplice omicidio a Adolphe Nshimirimana, ex direttore dei servizi burundesi, che avrebbe ordinato l’eliminazione delle tre religiose perché colpevoli di aver scoperto i traffici illeciti dell’ex numero uno dei servizi.
 
La ricostruzione fatta da Rugurika
Il direttore della Radio Popolare Africana, indagando sulla strage, ha raccolto la testimonianza di un uomo che sostiene di essere l’esecutore materiale del triplice omicidio. Testimonianza mandata in onda via radio dove l’anonimo chiama in causa il generale Adolphe Nshimirimana, ex direttore dei servizi burundesi e amico personale del presidente Pierre Nkurunziza. Secondo la ricostruzione di Rpa, Nshimirimana sarebbe il mandante della strage: le tre sorelle, secondo la fonte, sarebbero state sul punto di denunciare pubblicamente i traffici del generale, proprietario di un ospedale nel quartiere dove sorge la missione. L'ex capo dello spionaggio, infatti, avrebbe importato dei farmaci spacciandoli come destinati alla parrocchia, ed evitando così le tasse doganali. Tra i farmaci, trasportati a bordo di veicoli della parrocchia, Nshimirimana avrebbe nascosto anche minerali contrabbandati illegalmente dalla vicina Repubblica Democratica del Congo facendoli passare come aiuti umanitari.    
 
L’arresto del direttore di Rpa
Pochi giorni fa, il 20 gennaio - scrive Avantionline - il direttore di Rpa viene prima convocato e poi arrestato dalle forze di sicurezza di Bujumbura, la capitale del Burundi, dopo aver diffuso la registrazione dell’uomo che rivendica di essere uno degli esecutori materiali del triplice omicidio delle missionarie italiane. L'agenzia MISNA ha fatto sapere che il direttore di Radio Publique Africaine si sarebbe rifiutato di rivelare ai magistrati l'identità della fonte finendo in carcere con ben 4 capi d'accusa: "Concorso in omicidio", "tradimento della solidarietà nazionale", "violazione del segreto istruttorio", e "occultamento di un reo". Si ammette, implicitamente, che possa quindi esserci un ‘reo’ che non sia il condannato.
 
Gli omicidi e l’arresto dell’unico sospettato
Era il 7 settembre scorso quando nella periferia nord di Bujumbura, Lucia Pulici, 73 anni e Olga Raschietti, 80, due missionarie saveriane italiane, vengono barbaramente assassinate nella parrocchia della missione. La macabra scoperta viene fatta intorno alle 16 dalla sorella Bernadette Boggian ignara che, di lì a poco, sarebbe toccata anche a lei a stessa sorte. A poche ore dai fatti, la polizia arresta Christian Claude Butoyi di 33 anni: il giovane, si dice, viene identificato per aver cercato di vendere il telefono di Olga ad un residente del quartiere che ha avvertito le autorità, insospettitosi dopo aver notato degli sms in italiano salvati in memoria. La polizia ha fatto sapere di aver ritrovato nella casa del giovane addirittura il sasso con cui l'assassino ha infierito su almeno 2 delle vittime. E la chiave del convento. La confessione di Butoyi arriva subito dopo: il giovane si attribuisce non solo l'eccidio, ma anche lo stupro delle vittime. Una tesi che, del resto, coincide proprio con la versione rilasciata dalla stessa polizia immediatamente dopo il ritrovamento dei corpi: si era detto, infatti, che l'assassino aveva violentato le vittime. Una versione, però, smentita dalla parrocchia, per bocca dello stesso padre Mario, e dalle perizie dei medici dell'ospedale dove sono state analizzate le salme. Smentita così come la teoria della disputa sulla terra: il giovane, interrogato dalla polizia, avrebbe detto che il terreno sul quale è edificata la parrocchia apparteneva alla sua famiglia. Una pura invenzione.
 
I dubbi e le incongruenze della versione ufficiale

Subito dopo l'arresto la comunità del quartiere popolare di Kamenge, storicamente molto legata alla missione, è infuriata e vorrebbe linciare il colpevole. Ma poi, quando il nome del fermato comincia a circolare, sulla rabbia prevale lo spaesamento. Christian Claude Butoyi è una persona ben conosciuta dagli abitanti del quartiere, così come dai religiosi saveriani: non un folle omicida, piuttosto, spiegano, una sorta di "scemo del villaggio", da tutti considerato incapace fisicamente, caratterialmente e mentalmente di concepire e di mettere in opera un gesto così efferato. Insomma, un soggetto perfetto per essere usato come capro espiatorio, si mormora, soprattutto perché non in grado di difendersi dalle accuse e fare fronte ad una situazione troppo più grande di lui. Dal momento del suo arresto il giovane è comparso in pubblico una sola volta, brevemente mostrato dalla polizia ai fotografi. Non una sola parola è uscita dalla sua bocca, silenzio assoluto. Dal momento del suo arresto nessuno ha più avuto accesso all'imputato.
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